Il Grande Fratello e il suo nipotino: Bruce Sterling racconta #littlebrother

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Quando decidemmo di ripubblicare Little Brother e di continuare la saga con Homeland, il primo pensiero  fu quello di dare qualcosa di più ai lettori per far capire chi era Cory Doctorow: nell’ambiente dei geek (che frequentiamo) è molto conosciuto inutile dirlo, ma come scrittore?

“Molto poco!” 

Da qui l’idea di chiedere a Bruce Sterling di anticipare il libro ai lettori italiani: cos’è LITTLE BROTHER secondo te?

Un libro di formazione? Un romanzo di fantascienza? Una pietra miliare nella cultura nerd?

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Sterling” È come il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne”.

Il ritmo è adrenalinico, il racconto è serrato, ti può dare le vertigini: il giovane protagonista Marcus affronta qualsiasi problema informatico possibile.

Tutto in una volta, in uno spazio troppo stretto, in un tempo troppo breve. 

Eccetto pochi illuminati, nel mondo letterario Doctorow continua a non essere conosciuto, e questo libro forse rimarrà di pochi.

In un bell’articolo uscito su Repubblica lo scorso giugno (“Cinque domande per due guru ribelli” – La Repubblica 14  giugno) tra le tante idee sviscerate, Sterling e Doctorow in modo diverso hanno raccontato che l’internet delle cose e la RETE non sarà (solo) un’isola felice. I giganti buoni non esistono (Doctorow) e Google e le grandi compagnie della new fanno parte de il “feudalesimo digitale” contemporaneo. 

(Potete scaricare l’articolo completo QUI)

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Ad ogni modo se siete giovani e arrabbiati, dovreste proprio leggere Little Brother. 

Vi lasciamo all’introduzione. Leggetela vi farà bene! 

Il GRANDE FRATElLO E IL suO NIpOTINO dI BRucE STERlING

Questa è la seconda volta che scrivo un’introduzione per un libro di Cory Doctorow ma è la prima in cui cerco di raccontare questo autore ai lettori italiani.

Si tratta di una questione complicata, ma probabilmente non nel modo in cui se lo aspetterebbero gli italiani. Cory Doctorow è molto intelligente e ama le questioni intricate e complesse ma questo libro, Little Brother, è forse il suo romanzo più immediato di sempre: è stato scritto per un pubblico di studenti delle superiori, è un romanzo “young adult” e il protagonista è un ragazzo diciassettenne.

Il nostro giovane eroe è un idealista, è intelligente e ha conoscenze piuttosto particolari, specie a proposito di tecnologia. È impaziente di spiegare quello che sa. Impiegherà la maggior parte del libro a imparare e insegnare allo stesso tempo. In questo senso, Little Brother è un romanzo di fantascienza didattico: contiene quasi lo stesso numero di nozioni di un romanzo di Jules Verne.

Il libro parla di una lotta, tutta americana, per la conquista del potere informatico. Ci sono due gruppi rivali che, in qualche modo, ritengono le tecnologie digitali proprie di diritto: gli hacker e la polizia segreta.

Nessuna delle due fazioni nutre particolare interesse per la legge, i regolamenti, la democrazia o l’opinione pubblica. Entrambe sono ossessionate dai computer e considerano la civiltà qualcosa di obsoleto e demodé: un ostacolo sul loro cammino. Sfortunatamente, malgrado abbiano molto in comune, si detestano e quindi non mancheranno gli scontri.

In questo romanzo, si verifica un caso di sabotaggio nella città di San Francisco (vicino alla Silicon Valley, la culla dell’elettronica americana). La polizia inizia a utilizzare il potere informatico accumulato in segreto durante la Guerra al Terrorismo. Il nostro giovane eroe, un hacker, decide di resistere con varie e ingegnose azioni di disobbedienza civile elettronica.

Naturalmente, nessun teenager potrà mai sconfiggere e annullare i servizi segreti federali. Il suo vero obiettivo è quello di incidere la falsa coscienza del popolo americano così da far comprendere quali scandali vengano perpetrati in suo nome. Essendo un hacker, pensa che la gente comune preferirà uno come lui rispetto ai suoi nemici. Ad ogni modo, come si vedrà nel libro, il pubblico è piuttosto ondivago.

Questo romanzo ha anche un sequel intitolato Homeland. Quando fuggì dagli Stati Uniti, l’informatore della NSA Edward Snowden portò con sé proprio Homeland per avere qualcosa da leggere durante l’esilio. Dimostrazione che, pur trattandosi di un romanzo di fantascienza, affronta problemi reali.

Se siete italiani, potreste pensare che questo romanzo riguardi la politica interna americana, e che l’autore, per questa ragione, possa essere di parte. In realtà, Cory Doctorow non è affatto americano: è di nazionalità canadese e britannica in seguito al matrimonio. Ha quindi un’eredità particolarmente complicata: i suoi avi erano ebrei bielorussi e suo padre era nato in un campo profughi in Azerbaijan. Doctorow è cosmopolita: perfino la sua figlioletta di sette anni ha già visto l’Italia, il Giappone, l’Honduras e l’Islanda.

Cory Doctorow è un attivista informatico con una sensibilità globale. La maggior parte dei fatti raccontati in questo libro sono già avvenuti in varie parti del mondo, là dove gli hacker hanno sfidato la polizia. Il suo giovane eroe è un nazionalista americano e un patriota, ma Cory non lo è. Cory è un attivista e un giornalista, un noto esperto mondiale in politiche di network informatici, economie digitali e libertà di espressione.

La maggior parte delle persone che s’interessano alle questioni informatiche tentano di fare qualcosa che possa procurargli un vantaggio personale. Se sono professionisti

vogliono trarne profitto. Se sono spie vogliono svelare segreti informatici. Se sono religiosi vogliono diffondere il loro vangelo. Se sono militari hanno tutto l’interesse a scatenare una guerra informatica. Cory Doctorow è un romanziere molto conosciuto, ma è noto anche per aver abbandonato i canali convenzionali dell’editoria e della letteratura. Non ho mai conosciuto un uomo che fosse più a disagio di lui al solo pensiero di raccontare se stesso, con un computer, a un pubblico globale, costi quel che costi. Quello di Cory Doctorow è una sorta di messaggio universale e, come internet, sente e vede ovunque senza appartenere ad alcun luogo.

Questo libro è fra quelli di maggior successo di Cory e credo per una ragione molto semplice: è stato scritto in un momento di passione. Cory è uno scrittore metodico ed è molto disciplinato nel lavoro: è un ottimo ricercatore e le sue opere di narrativa tendono a essere fantastiche e dettagliate al tempo stesso. Sa come programmare computer, ed è ancora più bravo ad affrontare lo schermo e a organizzare i suoi testi in capitoli strutturati.

Tuttavia quando ha scritto Little Brother, Cory stava conducendo un’infinità di studi: il suo cervello era sovraccarico di migliaia di dettagli circa le questioni relative alle libertà personali nel mondo informatico. Aveva così tanto da dire, e improvvisamente se ne uscì con l’idea centrale della storia: quella di una città hi-tech in preda a un’emergenza pubblica.

Grazie alla sua tensione narrativa, il libro trasforma concetti a prima vista arcani e noiosi, rendendoli coinvolgenti ed emozionanti, e poi ha un ritmo talmente alto da ricordare uno dei romanzi di maggior successo di Jules Verne: Il giro del mondo in 80 giorni. La narrazione è ricca di dettagli precisi, ma fa venire le vertigini per il ritmo: i personaggi sono costantemente messi alla prova da situazioni ai limiti dell’impossibile.

Il romanzo di Jules Verne è una sorta di catalogo degli imprevisti che in ottanta giorni possono accadere a un turista. In Little Brother è come se il nostro eroe si trovasse a dover affrontare qualsiasi problema informatico possibile:

tutti in una volta, in uno spazio troppo stretto, in un tempo troppo breve.

Little Brother è, naturalmente, un omaggio al Grande Fratello, il Big Brother, il dittatore dello Stato Totalitario del romanzo 1984 di George Orwell. La distopia di Orwell ha un ritmo languido, lungo come l’anno della fame, per così dire; quasi ovunque il romanzo sembra “lavorare” per sottrazione: brutti vestiti, pessimo cibo, linguaggio primitivo e lisergico. Little Brother appartiene molto di più al nostro tempo: il ritmo è pura adrenalina, le persone mangiano ai fast food, c’è troppo di qualsiasi cosa, i vestiti sono costumi ridicoli, e tutto è spiegato in ameno cinque o dieci modi diversi.

Non è che un libro riesca a raccontare il mondo e l’altro no. Entrambi i romanzi condividono piuttosto l’intelligente tecnica di apparire “profetici” descrivendo cupe tragedie che sono già avvenute a persone reali.

Per scrivere 1984 George Orwell doveva essere molto preparato in merito ai regimi del 1948. Per scrivere Little Brother, Cory Doctorow doveva essere molto preparato a proposito del lato oscuro della politica del 2008, e lui davvero ne sapeva a pacchi: abbastanza per compilare una bibliografia e per riempirci un computer. I due libri possono non essere impaginati o scritti nello stesso modo ma rimane il fatto che uno è il nipotino dell’altro.

Febbraio 2015