Metro 2035 o la realpolitike di Dmitry Glukhovsky – Anteprima

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Dmitry Glukhovsky è tornato per concludere la sua prima saga iniziata con Metro 2033, pubblicata tutt’ora online e nata nel 2001 grazie ai contributi di tutti gli utenti del suo rudimentale blog. Glukhovsky ha il primato di essere stato il primo self publisher di successo, con all’attivo milioni di copie e di edizioni dei suoi libri in tutto il mondo.

Vi ricordate la prima edizione italiana? Era il lontano 2010 e pubblicammo il libro in Italia assieme all’uscita del primo videogioco della serie.

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Quest’anno siamo arrivati alla IV Edizione, a più di 40 mila copie vendute e ad un mucchio di soddisfazioni, tra cui una pagina bellissima sul Corriere – LA LETTURA o essere stati tra i primi 10 libri di fantascienza in classifica per parecchie settimane (il primo anno di uscita).

 

 

 Non solo fantascienza! Questo è un romanzo di formazione in cui il protagonista impara a confrontarsi con ideologie contrapposte di un mondo grottesco! – Vanity Fair

 

 

 

Poi un anno dopo, nel 2011, arriva Metro 2034. Molto più lento se volete, più introspettico. Meno azione e più riflessione.

A settembre (dal 3)  vi riporteremo nel 2035, due anni dopo la liberazione dai TETRI, gli ultimi superstiti all’olocausto nucleare rifugiatisi nella metropolitana di Mosca, sono minacciati dalle epidemie che mettono a rischio l’approvvigionamento di cibo e da conflitti ideologici sempre più gravi. Artyom, non è più un ragazzo e pare abbia perso quell’aurea di ingenua speranza che fino a quel momento lo aveva aiutato a liberarsi dei pericoli continui che la nuova società impone quotidianamente, tra conflitti ideologici sempre più gravi e scarsità di cibo. L’unica salvezza sembra risiedere in un ritorno in superficie, ma questo è ancora possibile?

Contro ogni logica, Artyom tenta un viaggio – apparentemente senza speranza – verso un mondo il cui misterioso silenzio nasconde un terribile segreto…

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Allora era finita. Una volta per sempre. Senza appello. Con le sue dita goffe, appiccicose per colpa dei funghi, aveva distrutto l’unica speranza – sua e di tutti. Lui, proprio lui, Artyom, aveva condannato le persone della stazione e di tutta la metropolitana, e la pena era terribile: l’ergastolo, il carcere a vita. Per loro, i figli e i figli dei loro figli…

Ma se ci fosse stato anche un solo luogo dove gli uomini erano sopravvissuti…

Uno solo…

Il nuovo romanzo avrà la copertina cartonata, come i primi due libri nella prima edizione.

E ora vi lasciamo un piccolo estratto del primo capitolo.

Buona lettura

 

 

 

 

CAPITOLO I – QUI MOSCA

“Non si può, Artyom”.
“Apri, ti ho detto di aprire”.
“Il capo della stazione ha detto di non far uscire nessuno”. “Ma mi prendi per scemo? Nessuno chi? Chi sarebbe questo nessuno?”
“Ho un ordine… Per proteggere la stazione… dalle radiazioni. L’ordine l’hanno dato a me. Lo capisci?”
“Te l’ha dato Sukhoi l’ordine? Il mio patrigno ti ha dato un ordine del genere? Su apri!”
“Ci andrò di mezzo io, Artyom…”
“Allora faccio da solo, se tu non puoi”.
“Pronto, Sanseich. Sì, sono di guardia… qui c’è Artyom…il suo Artyom. Cosa devo fare con lui? Sì, aspettiamo”.
“Hai fatto la spia, eh? Bravo, Nikita. Hai fatto la spia.

Levati di torno! Tanto apro lo stesso. Passo lo stesso!”
Ma dalla garitta saltarono fuori altri due che, stretti tra Artyom e la porta, lo spingevano piano, dispiaciuti. Artyom – già stanco, con gli occhi cerchiati, non ancora ripresosi dalla salita del giorno prima – non poteva avere la meglio sulle sentinelle, sebbene nessuno avesse intenzione di fare a botte con lui. Iniziarono lentamente a radunarsi i curiosi: dei ragazzetti sudici coi capelli trasparenti come il vetro, delle donne gonfie con le mani blu e rigide a furia di lavare i panni nell’acqua gelata, i contadini della galleria destra, stanchi e pronti a fissare qualsiasi cosa con lo sguardo perso. Sussurravano tra di loro. Non si capiva bene se guardassero

Artyom; sui loro visi c’era sa il diavolo cosa.
“Continua a salire, ma a che scopo?”
“Già. E ogni volta la porta rimane spalancata. Da lì sopra, in più, viene un’aria fredda… farabutto!”
“Ascolta, non si può… non si può parlare così di lui.

Dopotutto è stato lui a salvarci. Pensa ai tuoi figli”.
“Li ha salvati, dici. E adesso? Li ha salvati perché facessero questa fine? Si becca lui le radiazioni, e noi tutti qui…a fargli compagnia”.
“E poi che cavolo va a fare? Capirei se ci fosse un motivo!” Ecco d’un tratto tra tutte quelle facce ne comparve un’altra, quella del capo. I baffi malconci, i capelli, già radi e tutti bianchi, riportati per nascondere la calvizie, il viso solcato solo da linee diritte, senza neppure una curva. E tutto il resto era duro, come gomma impossibile da masticare, quasi lo avessero preso ed essiccato vivo. Pure la voce pareva secca.

“Sgombrate tutti, capito?”

“Ecco Sukhoi, è arrivato. Che si porti via suo figlio!”

“Zio Sasha…”
“Ancora tu, Artyom? Avevamo già parlato noi due…” “Apri, zio Sasha”.
“Sgombrate, non mi avete sentito? Qui non c’è niente da guardare! E tu vieni con me”.
Artyom si sedette invece sul pavimento, sul freddo granito lucido, e si appoggiò con la schiena al muro.
“Basta”, disse Sukhoi usando solo le labbra, “la gente mormora già abbastanza”.
“Devo farlo. Assolutamente”.
“Lassù non c’è niente! Niente! Non c’è niente da cercare!” “Ma te l’ho detto, zio Sasha”.
“Nikita! Sveglia! Su, accompagna i cittadini!”
“Agli ordini, Sanseich. Allora, chi vuole degli inviti personali? Muoversi, muoversi…”, ordinò Nikita con voce cadenzata, radunando la folla.

“Stai dicendo delle idiozie. Ascolta…”. Sukhoi emise un respiro profondo, si rilassò, corrugò la fronte e si lasciò cadere vicino ad Artyom. “Ti vuoi rovinare. Pensi che questa tuta ti salvi dalle radiazioni? Ma se è come un colino! È più utile un vestito di tela!”

“E allora?”

“Gli stalker non salgono così tanto come te… Hai calcolato la dose? Vuoi vivere o crepare?”

“Sono sicuro di averlo sentito”.

“E io invece sono sicuro che ti è solo sembrato. Non c’è nessuno in grado di mandare messaggi. Nessuno, Artyom! Quante volte te lo devo ripetere? Non è rimasto nessuno. Niente, a parte Mosca. E noi qua sotto”.

“Non ci credo”.

“Tu pensi che mi importi a cosa credi e a cosa no?! Ma se ti iniziano a cadere i capelli, allora sì che mi importa!

Se pisci sangue, sì che me ne frega! Vuoi che ti si secchi l’uccello?”

Artyom alzò le spalle e rimase in silenzio a riflettere. Sukhoi aspettava.

“Io l’ho sentito. Quella volta, sulla torre. Nel ricetrasmettitore di Ulman”.

“Nessuno ha sentito niente, a parte te. In tutto questo tempo che sono stati ad ascoltare. Neanche un suono. E quindi?”

“Io salgo lo stesso, punto e basta”.
Artyom si sollevò e raddrizzò la schiena.
“Io voglio dei nipoti”, gli disse Sukhoi.
“Perché vivano qui? Sottoterra?”
“Nella metropolitana”, lo corresse Sukhoi.
“Nella metropolitana”, convenne Artyom.
“Se la passeranno bene, qui. Basta che riescano a nascere, per il resto…”
“Digli di aprire, zio Sasha”.
Sukhoi guardava il pavimento, il granito nero luccicante.

Evidentemente lì c’era qualcosa. “Hai sentito cosa dice la gente? Che sei impazzito. Quella volta, sulla torre”.

Artyom abbozzò un sorriso. Inspirò profondamente. “Zio Sasha, sai cosa dovevi fare per avere dei nipoti? Fare dei figli tuoi. A loro avresti potuto dare tutti gli ordini che volevi, e i nipoti sarebbero assomigliati a te, non a chissà chi”.

Sukhoi chiuse gli occhi. Passò un secondo.
“Nikita, aprigli. Che vada. Che crepi. Me ne fotto”. Nikita obbedì in silenzio. Artyom annuì soddisfatto. “Tornerò presto”, disse a Sukhoi ormai dal cunicolo. Sukhoi si tirò su, voltò verso Artyom la schiena ingobbita e si allontanò trascinando i piedi, lucidando il granito.
La porta del cunicolo si chiuse di botto. Si accese la lampadina bianchissima attaccata al soffitto – venticinque anni di garanzia – e come un pallido sole invernale si riflesse sulle piastrelle sporche che ricoprivano l’intero cunicolo, tranne una parete di ferro. Una sedia di plastica rotta messa lì per riprendere fiato o per allacciarsi le scarpe, una tuta antiradiazioni tristemente appesa a un gancio, nel pavimento un tombino da cui spuntava un tubo di gomma per la decontaminazione.