The Invasion of the Tearling: Anteprima #3

9788863553628.main

Dopo i primi due estratti di The Invasion of the Tearling, che ci hanno permesso di vedere la situazione al fronte durante l’invasione dei Mort, torniamo alla nostra protagonista Kelsea, tornata sul trono che le spettava di diritto… ma con un’enorme responsabilità sulle spalle: la difesa del regno del Tear dall’annientamento totale!

————————————————————————————————————————

Kelsea Glynn aveva un pessimo carattere.
Non ne andava fiera. Anzi, Kelsea odiava adirarsi perché, anche quando le pulsazioni acceleravano e la furia le annebbiava la vista, riusciva a vedere con chiarezza la via che conduceva all’autodistruzione. La rabbia rendeva difficile il discernimento e portava a pessime decisioni. Si trattava di un capriccio adatto a una bambina, non a una regina. Carlin aveva ripetuto quella frase in molte occasioni, e Kelsea aveva sempre ascoltato.
Ma nemmeno quelle parole avevano valore quando era in preda alla furia: quando avveniva, era una marea inarrestabile che abbatteva ogni ostacolo. Kelsea era consapevole che la sua rabbia, pur essendo una forza distruttrice, era anche pura, e le permetteva di avvicinarsi alla ragazza che era nel profondo, andando oltre l’autocontrollo che le era stato imposto fin dai primi giorni di vita. Era nata infuriata, e spesso si chiedeva come sarebbe stato abbandonarsi all’ira e alla sua essenza più vera e profonda.
In quell’istante, Kelsea stava tentando di mantenere la calma ma ogni parola pronunciata dall’uomo seduto all’altro capo del tavolo faceva gonfiare ulteriormente le onde oscure che teneva chiuse in sé. Mazza Chiodata e Pen si trovavano al suo fianco; al tavolo erano presenti, un po’ più distanti, anche Arliss e padre Tyler. Ma Kelsea non vedeva che il generale Bermond, seduto di fronte a lei. Aveva posato sul tavolo un elmo di acciaio sovrastato da una ridicola piuma blu. Indossava l’armatura, perché era appena giunto dal fronte, a cavallo.
“Non dobbiamo disperdere le risorse dell’esercito, maestà. Questa strategie non le sfrutterebbe correttamente”.

“Generale, perché ogni discussione con lei deve finire in un litigio?”
Lui scosse il capo, insistendo caparbiamente sulla propria posizione. “Maestà, potete difendere il regno o il popolo, ma non avete a disposizione uomini sufficienti per fare entrambe le cose”.
“Il popolo è più importante della terra”.
“La vostra è una posizione ammirevole, maestà, ma si tratta tuttavia di una pessima tattica dal punto di vista militare”.
“Lei sa quanto il popolo abbia sofferto durante l’ultima invasione”.
“Certo, lo so meglio di voi, maestà, dato che non eravate ancora nata. Le acque del fiume Caddell erano rosse di sangue. È stato un massacro indiscriminato”.
“Per non parlare degli stupri”.
“Gli stupri sono un’arma, maestà. Le donne hanno superato il trauma”.
“O Cristo”, disse Mazza Chiodata a voce molto bassa, toccando con una mano il braccio di Kelsea al fine di placarla.
La regina sussultò con aria colpevole, perché Lazarus aveva letto in anticipo la sua reazione. Il generale Bermond poteva anche essere vecchio e zoppo, ma aveva comunque pensato di sollevarlo dalla sedia e prenderlo a calci. Inspirò profondamente, parlando con cautela. “Generale, non sono state stuprate solo donne, ma anche uomini”.
Bermond si accigliò infastidito. “Sono solo voci, maestà”.
Kelsea incrociò lo sguardo di padre Tyler, che stava scuotendo il capo. Nessuno desiderava discutere quell’aspetto dell’invasione precedente, nemmeno dopo vent’anni, ma l’Arvath aveva udito vari racconti da parte dei sacerdoti sparsi nei vari villaggi, che erano stati gli unici osservatori ad aver raccontato l’invasione come era veramente avvenuta. Tutte quelle storie concordavano su un punto: gli stupri erano davvero un’arma, e i Mort non distinguevano tra uomini e donne. Improvvisamente, Kelsea pensò che avrebbe preferito fosse presente anche il colonnello Hall. Non si trovavano sempre d’accordo ma almeno era disposto a prendere in considerazione altri punti di vista, a differenza del generale che non accettava mai alternative di sorta. Ma l’esercito Mort aveva ormai raggiunto il confine da diversi giorni, e la presenza di Hall era richiesta lì.

“Maestà, stiamo divagando”, fece presente Arliss.
“È vero”. Kelsea tornò a rivolgersi a Bermond. “È nostro dovere proteggere quella gente”.

“Certo, maestà: fate costruire un campo profughi e accoglietevi chiunque. Ma non distraete i miei soldati da compiti più importanti. Coloro che desiderano la vostra protezione possono trovare da soli la via della città”.
“Si tratta di un viaggio pericoloso da affrontare senza protezione, in particolare per chi si muove con bambini piccoli. La prima ondata di profughi ha lasciato da poco le colline, e abbiamo già ricevuto rapporti che parlano di abusi e violenza. Se è questa l’unica opzione che siamo in grado di offrire, molti decideranno di rimanere nei villaggi nonostante l’avanzare dei Mort”.
“Sarà una loro scelta, maestà”.
La diga che tratteneva l’ira nella mente di Kelsea tremò; le fondamenta iniziavano a cedere. “Sinceramente non riesce a capire che questa è la scelta migliore, generale, o finge di non comprenderlo perché è la soluzione più semplice?”
Bermond arrossì. “C’è più di un’opzione, maestà”.
“Non credo. Stiamo parlando di uomini, donne e bambini che, nella vita, non hanno mai fatto altro se non coltivare i campi. Se hanno armi, sono di legno. L’invasione sarà un bagno di sangue”.
“Esatto, e il modo migliore di proteggere questa gente è assicurarsi che i Mort non invadano”.
“Crede davvero che l’esercito Tear sarà in grado di difendere il confine in maniera efficace?”
“Naturalmente, maestà. Non crederlo equivarrebbe a macchiarsi di tradimento”.

Kelsea si morsicò una guancia, incredula di fronte a quanto disinformato fosse il generale. Dal confine giungevano, puntuali come orologi e terribili come l’inferno, i rapporti di Hall; ma Kelsea non aveva bisogno che fosse lui ad aggiornarla riguardo alla terribile situazione che si era sviluppata: l’esercito Tear non sarebbe mai stato in grado di contrastare ciò che stava per attaccarlo. Nella settimana appena trascorsa, una visione aveva iniziato a farsi sempre più viva nella mente di Kelsea: la parte occidentale della piana di Almont coperta da un mare di tende nere e di soldati. La ragazza che era stata educata da Carlin Glynn non avrebbe mai creduto in una visione, ma le prospettive
di Kelsea si erano ampliate fino ad abbracciare elementi ben al di là di quanto contenuto nella biblioteca di Carlin. I Mort sarebbero giunti, e l’esercito Tear non sarebbe stato in grado di arginarli: l’unica speranza era rallentarne l’avanzata.
Arliss riprese la parola. “La fanteria Tear non è ben addestrata, maestà, e ci è già stato riferito che alcune delle armi di latta si sono spezzate all’impatto per via della scarsa cura e manutenzione. Inoltre, il morale è basso”.
Bermond si rivolse a lui, furioso. “Ha infiltrato spie nel mio esercito?”
“Non ho bisogno di spie”, rispose Arliss freddamente.
“Sono problemi noti a tutti”.
Il generale non riuscì a nascondere l’ira. “E allora c’è un motivo in più per investire il poco tempo che ci rimane in esercitazioni e rifornimenti”.
“No, generale”. Kelsea giunse improvvisamente a una decisione; non era la prima volta che sceglieva una linea
d’azione perché era l’unica che le avrebbe permesso di dormire. “Useremo le risorse dell’esercito là dove potranno essere più utili per il bene del popolo: per le evacuazioni”.
“Maestà, mi rifiuto”.
“Davvero?”. L’ira di Kelsea traboccò come un’onda che rompeva gli argini. Era una sensazione meravigliosa, ma come sempre la maledetta razionalità intervenne: non poteva perdere Bermond, troppi tra i vecchi soldati avevano fiducia, anche se mal riposta, nelle sue capacità di comandante. Provò a sorridere.
“Allora dovrò sollevarla dal comando”.
“Non potete!”
“Certo che posso. Uno dei vostri colonnelli è pronto per assumere il comando. È molto capace, e di certo sa vedere la
realtà meglio di lei”.
“Il mio esercito non seguirà il comando di Hall. Non ancora, per lo meno”.
“Seguiranno me”.
“Questo non ha senso”. Ma lo sguardo di Bermond si era allontanato dal suo. Quindi anche lui aveva sentito parlare di quanto accaduto. Era trascorso meno di un mese da quando Kelsea e le sue guardie avevano fatto ritorno dal passo di Argive, ma ormai quasi tutti sapevano che la regina aveva invocato una gigantesca alluvione su Arlen Thorne e sui traditori che lo accompagnavano, sbaragliandoli. Era una storia ormai amatissima, che veniva richiesta in continuazione ai cantastorie dei locali e dei mercati di Nuova Londra, e aveva fatto miracoli per quanto riguardava la sicurezza: nessuno tentava più nemmeno d’intrufolarsi nella Fortezza, aveva riferito Mazza Chiodata con tono quasi di rimpianto. Ciò che era accaduto sull’Argive aveva cambiato il panorama politico, e Bermond ne era consapevole.

Kelsea si chinò in avanti, come una belva che avesse fiutato l’odore del sangue.
“Pensa davvero che l’esercito si rivolterà contro di me, Bermond? Per difendere lei?”
“Certo che sì: i miei uomini sono leali”.
“Sarebbe un peccato dover mettere alla prova una simile lealtà e perdere la scommessa. Non pensa che sarebbe più semplice attuare il piano di evacuazione?”
Lo sguardo di Bermond era furente ma Kelsea notò con piacere che si stava indebolendo; per la prima volta dall’inizio di quell’incontro, sentì la propria ira iniziare a placarsi.
“L’accampamento è un discorso, maestà, ma cosa farete quando i Mort arriveranno? La città è già sin troppo popolosa, certamente non c’è posto per un altro mezzo milione di persone”.
Kelsea avrebbe voluto avere una risposta ma quel problema non aveva una soluzione immediata. Nuova Londra era già sovrappopolata, il che creava problemi per quanto riguardava le tubature idrauliche e le fognature. Storicamente, ogni volta che era scoppiata una qualche epidemia in una delle zone più densamente popolate della città, questa si era rivelata pressoché impossibile da tenere sotto controllo. Raddoppiando la popolazione, tali problemi si sarebbero aggravati in maniera esponenziale. Kelsea progettava di aprire la Fortezza alle famiglie, ma questo sarebbe stato a malapena sufficiente a dare alloggio a un quarto dei rifugiati. Dove avrebbe potuto sistemare gli altri?
“Nuova Londra non è un suo problema, generale: Lazarus e Arliss sono gli uomini incaricati di organizzare la città in vista del probabile assedio. Lei si preoccupi del resto del regno”.
“Invece sono preoccupato, maestà: avete scoperchiato il vaso di Pandora”.
Kelsea si sforzò di non cambiare espressione del viso, ma la soddisfazione sul volto di Bermond era evidente: sapeva di aver colto nel segno. Kelsea aveva aperto le porte al caos più totale.
Continuava a ripetersi che non c’erano alternative, ma le sue notti erano costantemente tormentate dalla certezza che ci fosse un’altra opzione, una via che avrebbe interrotto le spedizioni senza causare la conseguente carneficina, e che Kelsea l’avrebbe potuta identificare se sol fosse stata più scaltra. Inspirò lentamente.
“Lasciamo perdere le ammissioni di colpa, generale: quello che è fatto, è fatto. Il suo ruolo è di aiutarmi a minimizzare il danno”.
“State cercando di arginare l’oceano di Dio, maestà?”
“È così, generale”. Gli sorrise. Più che un sorriso, in realtà,si trattava di un ghigno tanto feroce che Bermond indietreggiò sulla sedia. “La prima ondata di profughi raggiungerà la piana di Almont domani. Fornisca loro alcuni uomini di guardia, poi cominci a mobilitare gli altri: voglio che quei villaggi siano completamente evacuati”.
“Cosa accadrà se il mio esercito si rivela debole come sembrate credere, maestà? I Mort si faranno strada verso Nuova Londra in men che non si dica, proprio come è accaduto al tempo di vostra madre. I soldati del Mortmesne ricevono un salario, certo, ma si tratta di una somma quasi simbolica: costruiscono la loro fortuna sul saccheggio, e il luogo migliore da saccheggiare è questo. Se non sarò in grado d’impedir loro di attraversare il confine, pensate davvero di riuscire a impedire che mettano la città a ferro e fuoco?”
C’era qualcosa che non andava negli occhi di Kelsea.
Una nuvola nera sembrava averne oscurato la visione, più fioca ai lati e più pesante al centro. Erano gli zaffiri? No, erano rimasti inattivi per diverse settimane, e in quel momento le pendevano, bui e immobili, sul petto. Kelsea sbatté rapidamente gli occhi, cercando di schiarirsi le idee: non era il caso di tradire la sua debolezza di fronte a Bermond, non in quel frangente.
“Sto sperando di ottenere aiuti”, disse. “Ho aperto un negoziato con i Cadaresi”.
“E a cosa ci potrebbe servire?”
“Forse il re ci permetterà di fare uso di alcune delle sue truppe”.
“È una speranza vana, mia signora. I Cadaresi sono isolazionisti, lo sono sempre stati”.
“Certamente, ma sto esplorando ogni strada possibile”.
“Mia signora?”, chiese Pen a bassa voce. “State bene?”
“Sì, tutto a posto”, borbottò Kelsea. In realtà, alcuni punti neri avevano preso a danzarle nel campo visivo. Si rese conto che stava per avere un mancamento, e non poteva permettersi che ciò accadesse di fronte a Bermond. Si alzò in piedi, appoggiandosi al tavolo per non perdere l’equilibrio.
“Mia signora?”
“Sto bene”, insistette, scuotendo il capo come a togliere le ragnatele che vi erano improvvisamente comparse.
“Cosa c’è che non va?”, chiese Bermond. Agli orecchi di Kelsea, la sua voce si era già fatta più flebile. La regina sentì l’odore della pioggia. Afferrò il bordo del tavolo, e sentì il legno liscio scivolarle sotto le dita.
“Aiutala!”, abbaiò Mazza Chiodata. “Sta per cadere!”
Sentì il braccio di Pen cingerla alla vita, ma non gradì il suo tocco e quindi lo allontanò. La vista le si offuscò completamente, poi si ritrovò in un ambiente sconosciuto: una stanza piccola sovrastata da un cielo enorme e minaccioso. Terrorizzata, serrò gli occhi poi li riaprì, sperando di vedere il salone delle udienze, le guardie, qualcosa che le fosse noto. Ma non vide nulla di questo.
Mazza Chiodata, Pen, Bermond… erano spariti.