The Invasion of the Tearling: Anteprima #5

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The Invasion of the Tearling è ormai uscito e molti di voi lo stanno già (ri)leggendo, ma ci teniamo comunque a darvi un ultimo antipasto di quello che vi aspetta tra le pagine del nuovo romanzo di Erika Johansen… ecco un altro estratto con protagonista Lily, la donna misteriosamente connessa alla regina Kelsea e vissuta secoli prima della storia della Regina del Tearling…

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C’erano molte donne in sala d’attesa. Quasi tutte assomigliavano a Lily: erano bianche e ben vestite, e le loro borsette erano di ottima qualità. Ma alcune venivano dalla strada, come dimostravano icapelli e gli abiti; Lily si chiese come avessero potuto superare i controlli. Una di esse, una donna ispanica incinta di sei o sette mesi, si era infilata su una poltroncina vicino alla porta.
Pareva respirare a fatica, stringendo i braccioli; aveva il volto pallido, spaventato. Abbassando lo sguardo, Lily vide che i jeansgrondavano di sangue.
Due infermiere si precipitarono fuori dallo studio dall’altrolato della stanza con una sedia a rotelle e aiutarono la donna a spostarsi. Comprimeva il ventre gonfio con le mani, quasi atrattenere qualcosa. Lily vide lacrime caderle dagli occhi, poi leinfermiere la spinsero oltre la porta, negli ambulatori.
“Dica”.
Lily si volse verso l’impiegata, una donna giovane con i capelli scuri e un sorriso freddo.
“Sono Lily Mayhew. Ho un appuntamento”.
“Attenda qui, la chiameremo al più presto”.
Non c’erano sedie libere tranne quella dov’era seduta la donna ispanica, il cuscino verde pallido macchiato di sangue.
Lily non aveva intenzione di sedersi lì, quindi si appoggiò al muro scoccando occhiate furtive alla gente che la circondava.
Non lontano, sedevano una donna e un’adolescente. Erano chiaramente madre e figlia: la ragazza era nervosa, la madre no. Lily capì facilmente per quale motivo fossero lì. Anche lei si era sentita come quella ragazzina, la prima volta che sua madre l’aveva accompagnata in quello studio. Aveva capito che si trattava di un rito di passaggio, ma sapeva anche che era necessario tenerlo segreto: quello che accadeva lì dentro era un crimine. Lily odiava dover rispettare quell’appuntamento, odiava quello studio e l’obbligo di andarci, ma allo stesso tempo era felice della sua esistenza e del fatto che ci fosse gente che non temeva Greg né tutti quelli come lui.
Era sbagliato pensare a Greg, in quel momento: Lily si sentiva come se il marito le fosse alle spalle, e quell’idea la faceva sudare.
La possibilità di essere scoperta dagli addetti alla Sicurezza se non da Greg in persona aumentava in occasione di ognuno degli appuntamenti annuali. Greg voleva avere bambini nello stesso modo in cui voleva una BMW nuova, o come esigeva che Lily portasse al polso l’orologio tempestato di diamanti. Greg voleva figli per potersene vantare. Tutti i loro amici avevano già almeno due bambini, se non tre o addirittura quattro, e tutte le donne, al circolo e alle feste, guardavano Lily con compassione. Tali sguardi non la ferivano per nulla, ma doveva fingere che lo facessero.In alcune occasioni era addirittura riuscita, sforzandosi, a versare qualche lacrima, piccoli capricci a beneficio di Greg così da mostrargli quanto soffrisse per il suo fallimento come moglie.
Una volta anche Lily avrebbe voluto avere figli, ma ormai quello le sembrava un passato distante, la vita di un’altra
donna. Era stato Greg a consigliarle di andare in una clinica per i disturbi della fertilità, ignaro che già da anni si faceva visitare dal dottor Davis, inconsapevole di averle reso le cose più facili.
Dopo un’attesa lunga un’eternità, la dottoressa Anna fece capolino dalla porta a vetri chiamando Lily. La guidò in un
ambulatorio dove, tirando una tenda, la lasciò sola con il solito camice di carta. La dottoressa Anna era la moglie del dottor Davis, e aveva passato da diversi anni i cinquanta. Era una delle poche dottoresse che Lily avesse mai incontrato. Quando erano state emanate le leggi Frewell, era troppo piccola per capire; il presidente Frewell era salito al potere quando aveva otto anni, concludendo il suo mandato quando ne aveva sedici. Ma le leggi da lui firmate erano durate nel tempo, ed erano rare le facoltà di medicina che ammettevano donne. Lily, per la quale sapere che un uomo sconosciuto le avrebbe esaminato le parti intime era inconcepibile quanto uscire per strada completamente nuda, era grata dell’esistenza della dottoressa Anna, anche se questa aveva l’espressione perennemente irritata di una maestra di scuola vecchio stampo e appariva sempre infastidita dalla presenza di Lily, quasi le rubasse tempo riservato a qualcosa di più importante. Le fece le solite domande, prendendo appunti
su un blocco, mentre Lily si avvolgeva sempre di più nel camice, cercando di coprirsi il più possibile.
“Le servono pillole?”
“Sì, grazie”.
“Abbastanza per un anno?”
“Sì”.
“Come paga?”
Lily estrasse dalla borsetta duemila dollari in contanti.
Greg glieli aveva dati il fine settimana precedente, per andare a far compere, e lei li aveva nascosti nella fodera della borsetta, grazie a uno strappo nella stoffa. Poi, mentendo, aveva detto al marito di aver comprato un paio di scarpe. Quello strappo le era spesso tornato utile nell’anno appena trascorso, durante il quale Greg aveva iniziato a perquisire le sue cose senza avvertirla prima. Non sapeva cosa stesse cercando. Ogni volta, non avendo
trovato nulla, la guardava con l’aria delusa di un negoziante che sapeva che c’era stato un furto ma non era riuscito a provarlo.
Quelle ispezioni la turbavano ma quegli sguardi la preoccupavano ancor di più.
La dottoressa Anna s’infilò il denaro in tasca, poi iniziò la parte davvero spiacevole: la visita vera e propria. Lily la sopportò stringendo i denti e pensando alla stanza dei bambini.
Certo, non avevano figli, ma poco dopo il matrimonio, quando tutto era diverso, Lily l’aveva comunque arredata. Era rimasta l’unica stanza della casa nella quale era completamente padrona e poteva restare sola: Greg aveva bisogno di essere circondato da persone, di avere qualcuno che reagisse a ciò che diceva e faceva.
In qualunque altra stanza della casa, c’era sempre la possibilità che facesse irruzione senza nemmeno bussare, cercando attenzione.
Ma non nella cameretta dei bambini.
La dottoressa fece portare via gli strumenti e i campioni appena prelevati, dicendo a Lily: “Ripeta il suo nome all’impiegata, che le comunicherà i risultati delle analisi e le consegnerà le pillole”.
“La ringrazio”.
La dottoressa si avvicinò alla porta, ma prima di aprirla si girò, guardando Lily con la sua solita espressione da maestrina pronta a riprendere un bambino capriccioso. “Lo sa che non migliorerà mai se non fa niente?”
“Di cosa sta parlando?”
“Di lui”. La dottoressa guardò l’anello che Lily portava al dito. “Di suo marito”.
Lily strinse con forza l’orlo del camice di carta. “Non capisco cosa intende dire”.
“Credo proprio di sì, invece: visito oltre cinquecento donne al mese. Quegli ematomi non mentono”.
“Non…”
“Inoltre”, la interruppe la dottoressa, “evidentemente lei è una signora benestante: non c’è motivo per cui non possa procurarsi contraccettivi senza dover viaggiare così tanto. Con i prezzi che ci sono al mercato nero, sono certa che potrebbe addirittura trovare uno spacciatore a domicilio. A meno che lei non tema che suo marito scopra che ricorre a metodi contraccettivi”.
Lily scosse il capo: non voleva sentire quelle parole. A volte pensava che tutto andasse quasi bene, a patto che nessuno ne parlasse.
“Suo marito non è il suo padrone”.
Lily alzò lo sguardo, improvvisamente furente, perché la dottoressa Anna non aveva idea di quel che stava dicendo.
Era quello il significato del matrimonio: proprietà. Lily aveva venduto se stessa perché ci fosse qualcuno che si prendesse cura di lei, pagasse le bollette e le dicesse cosa fare. Certo non era stato sempre tutto rose e fiori ma, come diceva sempre la mamma, quando si comprava qualcosa a scatola chiusa c’era sempre qualche piccolo problema. I suoi genitori non avrebbero voluto che sposasse Greg ma Lily era sicura che fosse la scelta migliore.
Ripensando a loro, Lily sentì una fortissima nostalgia per la sua cameretta nella casa di famiglia in Pennsylvania, con il letto singolo e la scrivania di quercia. I mobili erano semplici, nulla in confronto a quelli che aveva comprato Greg, ma almeno quella stanza era stata tutta sua: nemmeno papà e mamma entravano senza prima bussare.
Gli occhi le si erano riempiti di lacrime. Se li asciugò con il dorso della mano, sbavando il trucco.

“Lei non può sapere com’è”.
La dottoressa fece una risatina fredda. “Mi creda, signora Mayhew, lo so bene: è una dinamica che non cambia mai”.
“È successo solo poche volte”, bofonchiò Lily, rendendosi conto mentre parlava che avrebbe fatto meglio a tacere.
Davvero l’atteggiamento freddo e impersonale della dottoressa l’aveva infastidita? In quel momento avrebbe voluto essere molto più distaccata. “Quest’anno ha subito forti pressioni sul lavoro”.
“Suo marito è un uomo importante?”
“Sì”, rispose Lily senza pensarci. Era sempre la prima cosa che le veniva in mente pensando a Greg: era un uomo importante.
Lavorava per il Ministero della Difesa, dove si occupava di coordinare i contatti tra l’esercito e i produttori di armi. Il suo dipartimento gestiva i rifornimenti di tutte le basi disseminate lungo la costa orientale. Inoltre, era alto quasi un metro e novanta e, ai tempi dell’università, aveva giocato a football.
Aveva addirittura incontrato il Presidente. Lily non avrebbe potuto sfuggirgli.
“Ci sono comunque posti dove rifugiarsi, dove nascondersi”.
Lily scosse il capo, ma non avrebbe saputo spiegare alla dottoressa Anna ciò che le passava per la testa. A volte qualche donna fuggiva, anche da Nuova Caanan. L’anno precedente, una notte, Cath Alcott era scappata con i tre figli sulla Mercedes di famiglia. Gli agenti della Sicurezza avevano trovato l’auto abbandonata, nel Massachusetts, ma di Cath nessuna traccia. Almeno per quanto ne sapeva Lily. John Alcott, un omone tranquillo che Lily aveva sempre trovato leggermente inquietante, aveva ingaggiato un’agenzia privata d’investigazioni per trovarla, ma senza successo: non erano nemmeno riusciti a rintracciare il chip. Cath era riuscita in un’impresa all’apparenza impossibile: scomparire portando con sé i bambini.
Ma Lily non ne sarebbe mai stata in grado, anche senza bambini.
Dove poteva andare a stare? Come si sarebbe procurata il cibo?
Tutto il denaro era sul conto di Greg: le banche non aprivano nemmeno conti individuali per le donne sposate. Anche se Lily avesse conosciuto qualcuno in grado di crearle una nuova identità (e non conosceva gente del genere), non sapeva far niente: era laureata in letteratura inglese. Nessuno le avrebbe mai dato un lavoro, nemmeno come donna delle pulizie.
Chiuse gli occhi, immaginando i senza tetto di Manhattan avvolti in sacchi della spazzatura, raccolti in piccoli gruppi sotto le strade sopraelevate, impegnati in lotte sanguinarie per ogni avanzo di cibo. Anche se fosse riuscita a giungere fin là, non sarebbe mai stata in grado di sopravvivere.
“Va bene. Ci pensi”, concluse la dottoressa, con un’espressione tornata severa. “Non è mai troppo tardi”.
Con uno sguardo interrogativo si tolse di tasca un biglietto da visita che infilò nella borsetta di Lily, abbandonata su una sedia.
Poi uscì, chiudendosi la porta alle spalle.
Lily scivolò giù dal lettino coperto da una striscia di carta, togliendosi il camice di carta con cura perché non si strappasse.
A volte l’educazione che aveva ricevuto dai genitori, fondata sul risparmio e sul non buttare via mai niente, tornava a farsi avanti, anche quando si trattava di sciocchezze come un camice usa e getta. Guardandosi il braccio, vide il livido nel punto in cui Greg l’aveva afferrata con prepotenza, martedì. I segni delle botte subite durante quella brutta notte di un mese prima erano finalmente spariti, ma quello più recente le avrebbe impedito d’indossare capi senza maniche per qualche tempo. E a Greg piaceva quando li metteva.
Cominciò a rivestirsi, tentando di non guardare troppo in giro. Greg aveva davvero subito forti pressioni: almeno quella non era una bugia; e si era pentito delle proprie azioni. Ma “solo poche volte” era un’espressione molto vaga. Era accaduto esattamente in sei occasioni, e Lily si ricordava ognuna di esse nei minimi particolari. Poteva mentire di fronte alla dottoressa Anna, ma non aveva senso edulcorare la verità nella sua mente: Greg stava peggiorando.
Uscendo dall’ascensore, vide alcuni addetti alla Sicurezza, all’altezza dello scanner, circondare un uomo. Questi, agli occhi di Lily, appariva rispettabile, con i primi capelli grigi in testa e una bella giacca blu. Ma gli uomini lo spinsero oltre la loro postazione, attraverso una porta bianca sulla quale campeggiava la scritta “Sicurezza”. Appena la chiusero, non si udì più nulla.
Sotto lo sguardo attento delle due guardie rimaste fuori, Lily si avvicinò alla Lexus. Le era tornato in mente un ricordo terribile: le treccine bionde di Maddy che sparivano oltre una porta.
A volte riusciva a non pensarci per mesi interi ma poi vedeva sempre qualcosa che ridestava in lei il ricordo: una donna che veniva scortata lontano dalla sua auto, addetti alla Sicurezza alla porta di qualcuno, anche semplicemente la vista, sia pure di sfuggita, di uno dei grandi centri di detenzione sparsi lungo la Interstate 80. Maddy era andata, ma ogni minimo particolare la riportava alla mente di Lily. Aprì bruscamente la portiera, allontanando quell’immagine dalla sua mente. Quella breve escursione era già difficile, non voleva dover portare con sé anche Maddy.
“La porto a casa, signora M.?”, chiese Jonathan.
“Sì, per piacere”, rispose Lily, provando il conflitto di emozioni che quella parola evocava sempre nel suo cuore: in parte la confortava, in parte la disgustava.

“Andiamo a casa”.