Tomorrow War: Dal Diario di Max, Parte 2

TomorrowWar

Un nuovo estratto in anteprima di Tomorrow War, il nuovo romanzo di J. L. Bourne!

In queste righe del suo diario il nostro protagonista Max [SEGRETATO] ci racconta la fine dei suoi studi… naturalmente a Spokane le lezioni sono molto particolari!

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La scuola ufficiali non ha risparmiato neanche me. Nel corso del mio breve soggiorno a Spokane, anch’io ho sperimentato gli orrori della “cisterna” in tre (o forse quattro?) diverse occasioni.

“Prendi un respiro e trattieni l’aria nei polmoni”, mi ripetevo più e più volte quando mi strappavano di testa quel sacco maleodorante e chiazzato di muco. La prima volta che mi hanno tolto il cappuccio, mi sono ritrovato in piedi sotto un’intensa luce di riflettori. Seduto al tavolo di fronte a me c’era un uomo corpulento, che reggeva un vassoio metallico pieno di siringhe sistemate su un sottile strato di sale. Ho cercato di distogliere lo sguardo, ma è stato più forte di me. Continuavo a fissarle come in trance. Riuscivo a scorgere persino le minuscole bollicine che vorticavano in danze irripetibili all’interno di ogni siringa.
“Siediti”, mi ha ordinato l’uomo con voce severa.
Ho obbedito all’istante, fingendo di non notare che stava preparando una delle siringhe. Ha dato un colpetto d’unghia sul cilindro e ha spruzzato in aria uno zampillo di liquido color piscio. Mi è sembrato di vederlo volare al rallentatore.
Ha disegnato una parabola che si è infranta sul mio stivale marrone, ricoprendo il cuoio di piccole macchie scure.
“Sai cos’è questo?”, mi ha chiesto l’interrogatore.
“No”, ho risposto.
“Tiopental sodico, meglio noto come Pentothal o siero della verità. Sappiamo già che sei una spia… Vogliamo solo renderlo ufficiale”.
Si è alzato in piedi e si è avvicinato a me. Ho chiuso gli occhi in attesa dell’impatto, ma non è successo nulla. Quando mi sono arrischiato a sbirciare, ho visto che l’uomo stava sfilando un laccio emostatico dalla tasca esterna dei suoi pantaloni.
Poi me l’ha legato con forza attorno al braccio sinistro.
“Puoi evitare tutto questo”, ha spiegato. “Se firmi questi documenti, la chiudiamo qui e ti rispediamo dritto nel tuo paese”. Di colpo ha sfoderato un foglio pieno di scritte in cinese. Sotto alla riga per la firma, in chiare lettere, c’era il mio nome.
“Non capisco cosa dice. Non posso dare il mio consenso alla cieca”.
“Serve solo a confermare che ti stiamo offrendo cibo e indumenti, e che ti stiamo trattando in accordo alle leggi internazionali”.
“E le leggi internazionali prevedono anche l’iniezione di droghe?”
L’uomo ha allungato un braccio oltre il tavolo e mi ha stampato un rovescio in faccia.
“Firmalo!”, ha urlato.
Mi sono concesso un attimo per riprendere il controllo.
“Non so cosa c’è scritto. Se mi procurate una copia in inglese, sarò felice di leggerla. Ma io non sono una spia… Sono solo uno studente in viaggio”. Mi ero inventato una copertura su due piedi. Se fossi riuscito a tirarla per le lunghe, l’interrogatore avrebbe esaurito il tempo a sua disposizione e io sarei tornato al mio posto, dall’altra parte del vetro nero che s’innalzava a un metro dalla mia spalla destra: esattamente lì dove i miei compagni, seduti nell’auditorium, stavano osservando le mie convulse e spasmodiche reazioni.
Come sempre, l’uomo ha approfondito la questione e io me la sono cavata con risposte vaghe o evasive.
“Ne ho abbastanza. È ora di passare al siero della verità”.
L’interrogatore mi ha gonfiato le vene con degli schiaffetti, ha afferrato la siringa e ha avvicinato l’ago al braccio tenendo gli occhi fissi sul mio volto. “È la tua ultima possibilità, se non vuoi questa roba dritta in vena… Ah, a proposito. Non posso garantirti che questa siringa contenga solo siero della verità”.
Ha osservato la mia espressione. Temevo che stesse per bucarmi davvero, ma non mi sono arreso. Mi sono imposto di seguire l’addestramento, di non cedere… Di resistere con ogni mezzo necessario.
Nel momento esatto in l’ago mi ha sfiorato la pelle, qualcuno mi ha ficcato un cappuccio in testa e mi ha trascinato via di forza dalla stanza.

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Il giorno del diploma

Eravamo stati convocati nell’auditorium per le sei. Alle sei e trenta eravamo ancora seduti, in attesa, a scambiarci occhiate perplesse. Alle sei e quaranta, l’Ambasciatore ha fatto il suo ingresso nella sala in compagnia di volti tanto familiari quanto odiati: gli aguzzini.
“Il vostro addestramento qui a Spokane è finalmente giunto al termine, e in linea generale non posso che dire: ottimo lavoro”, ha esordito l’Ambasciatore. “Devo chiedere ai criminali di guerra 38 e 17 di alzarsi in piedi, per cortesia”.
Sono rimasto seduto, chiedendomi chi diavolo fossero quei due. Uno dei miei compagni è balzato in piedi e si è guardato attorno con curiosità, probabilmente in cerca dell’altro studente ancora sprofondato nella sua sedia.

“38, non essere timido. Forza!”
Stavo giusto pensando che quel 38 avrebbe fatto meglio ad alzarsi o si sarebbe guadagnato un’altra sessione punitiva nella stanza degli interrogatori, quando l’Ambasciatore mi ha squadrato e ha detto: “Max, in piedi”.
Sono schizzato sull’attenti con una velocità impensabile persino per una recluta della scuola ufficiali. Non so come, ma avevo completamente dimenticato il mio codice identificativo della SERE, e mi sono trovato in serio imbarazzo quando il resto della classe ha commentato il mio stupore con un’ondata di risolini. Dal canto mio, ho cercato di cavarmela con stile.
“Sì, me la sono fatta sotto, lo ammetto. Mi ero già visto faccia a faccia con un altro vassoio di aghi arrugginiti”, ho affermato con un timido sorriso.
L’Ambasciatore ha ripreso a parlare. “38 e 17, siete i migliori diplomati della classe primaverile. Pregherei i presenti di omaggiare i nostri eroi con un bell’applauso. Se lo sono meritato”.
A onor del vero, non mi sembrava di aver fatto nulla di speciale, ma la sala è esplosa in uno scroscio di applausi e fischi esultanti. Tra le ultime file, ho notato il volpone con i capelli grigi e la cartellina in mano, intento a confabulare con un insegnante che non conoscevo. Ho avuto l’impressione che stessero indicando me, durante il loro scambio di vedute. Dopo un riepilogo conclusivo del corso, che ha incluso la proiezione di tutti i video di sorveglianza girati durante gli interrogatori degli studenti, siamo stati congedati e indirizzati verso le aule amministrative.
Mentre mi avviavo verso l’uscita, l’Ambasciatore mi si è avvicinato.
“Allora… Ti aspetta un bel viaggio in [SEGRETATO], vero?”
“Già, così sembra”, ho risposto.
“Ed è questo che vuoi?”
Il suo tono lasciava intendere che la scelta dipendesse da me. Come ho scoperto in seguito, era proprio così.
“Beh, se non suona spaventoso, non vale la pena farlo, giusto?”
“Esatto, Max. Hai perfettamente ragione”.                                                                                                                                   Ero l’unico studente rimasto nell’auditorium.
L’Ambasciatore ha rivolto uno sguardo verso il vetro a specchio e ha alzato entrambi i pollici. La parete sul fondo della sala ha iniziato la sua lenta scalata verso il soffitto, rivelando le intense luci che inondavano la stanza degli interrogatori. Al suo interno c’erano la vecchia volpe e la sua cartella di alluminio. L’uomo sedeva di fronte alla scrivania, a testa bassa, intento a ripassare diligentemente i suoi appunti.
L’Ambasciatore si è schiarito la voce: “Voglio darti una possibilità. Indovina per chi lavora quel tipo e con chi vuole parlare in questo preciso istante”.
Ho annuito e ho seguito l’Ambasciatore giù per i gradini che portavano alla stanza oltre il vetro.
Ero appena diventato un agente segreto sotto copertura.