Star Wars: Tarkin – Capitolo 1

9788863553567

Bentornati, fan della Galassia Lontana Lontana!

Con l’ascesa di Tarkin ormai alle porte – il suo romanzo uscirà il 16 giugno! – vi proponiamo il primo capitolo di questo strepitoso libro di James Luceno, autore di Darth Plagueis!

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Durante i primi anni dell’Impero era nato un proverbio: meglio perdersi nello spazio che finire su Belderone. Alcuni studiosi ritenevano che se lo fossero inventati gli ultimi soldati clonati su Kamino che avevano partecipato alle Guerre dei Cloni insieme ai Jedi; altri credevano che risalisse ai primi cadetti che si erano diplomati presso le accademie imperiali.
Oltre a disprezzare i pianeti più lontani dal Nucleo, l’adagio sottintendeva che il valore di un militare poteva misurarsi in base al sistema stellare cui era assegnato. Più si veniva mandati vicini a Coruscant, maggiore era il contributo alla causa dell’Impero. Nonostante ciò, molti ufficiali assegnati a Coruscant preferivano prestare servizio il più lontano possibile dal Palazzo Imperiale, piuttosto che restare nei paraggi dell’Imperatore e del suo sguardo agghiacciante.
Detto ciò, quindi, era a dir poco inspiegabile che Wilhuff Tarkin fosse stato assegnato alla luna desolata di un sistema stellare anonimo in una delle regioni più lontane dell’Orlo Esterno. I mondi degni di nota più vicini erano il pianeta desertico di Tatooine e l’altrettanto inospitale Geonosis, sulla cui superficie esposta a radiazioni erano scoppiate le Guerre dei Cloni e su cui era vietato atterrare sin da allora, a meno che non si facesse parte di una cerchia ristretta di scienziati e di ingegneri dell’Impero. Che cosa poteva aver fatto di tanto grave un ex ammiraglio e aiutante maggiore per meritarsi una destinazione che in molti avrebbero scambiato per un vero e proprio esilio?
Quale insubordinazione o negligenza aveva convinto l’Imperatore ad allontanare un ufficiale che egli stesso aveva promosso a Moff sul finire della guerra? Le voci si rincorrevano tra i colleghi di Tarkin: qualcuno diceva che non fosse riuscito a portare a termine un’importante missione nelle Distese Occidentali; altri sostenevano che avesse questionato col braccio destro dell’Imperatore, Darth Vader; altri ancora insinuavano che avesse passato il segno e che stesse pagando lo scotto della sua sconfinata ambizione. Chi conosceva Tarkin personalmente, invece, o aveva anche soltanto sentito parlare della sua educazione e della sua comprovata esperienza, poteva facilmente intuire quale fosse il suo vero incarico: un’operazione segreta imperiale.

Nella biografia pubblicata anni dopo la sua morte, Tarkin aveva scritto:

Dopo aver riflettuto a lungo, sono giunto alla conclusione che gli anni trascorsi alla base Sentinel siano stati istruttivi tanto quanto quelli passati a studiare sull’Altopiano delle Carogne di Eriadu e importanti come ogni altra battaglia cui avevo preso parte attiva o in qualità di comandante. In effetti, stavo proteggendo la costruzione di un’arma che un giorno avrebbe foggiato l’Impero e garantito il suo futuro.
Fortezza inespugnabile e simbolo del potere incrollabile dell’Imperatore al tempo stesso, la stazione spaziale mobile da battaglia era un traguardo degno di quelle specie più antiche che avevano scoperto i segreti dell’iperspazio e cominciato a esplorare la galassia. Rimpiango solo di non essere riuscito a fare in modo che il progetto fosse completato anzitempo così da poter ostacolare le azioni di coloro che intendevano sbaragliare i nobili piani dell’Imperatore. La paura della stazione da battaglia e, quindi, della forza dell’Impero sarebbero bastate a impedire ogni rappresaglia.

Tarkin non paragonò mai, in nessuno dei suoi scritti, la propria autorità a quella dell’Imperatore o di Darth Vader, eppure il semplice fatto di aver supervisionato il disegno di una nuova uniforme servì forse a mettere in luce la sua figura proprio come facevano la tunica e il cappuccio dell’Imperatore o la famigerata maschera nera di Lord Vader.
“L’analisi della moda militare attualmente in voga su Coruscant suggerisce un approccio più personalizzato”, stava dicendo un droide protocollare. “Le giacche si continuano a portare a doppio petto col colletto alto e rigido, ma senza spalline. Inoltre non si usano più i pantaloni dritti, ma quelli a campana all’altezza dei fianchi e delle cosce, anche se si restringono sulle caviglie in modo che si possano infilare più facilmente gli stivali a tacchi bassi”.
“Una modifica ammirevole”, commentò Tarkin.
“Posso suggerire dei pantaloni a campana, signore? Di colore grigioverde standard, naturalmente, accentuato dagli stivali neri alti fino al ginocchio coi risvolti. La giacca dovrebbe essere allacciata in vita e scendere a metà coscia”.
Tarkin fulminò con lo sguardo il sarto antropomorfo argentato.
“Apprezzo la perizia della tua programmazione, ma non mi interessa iniziare una nuova moda né a Coruscant né in nessun altro luogo. Voglio soltanto un’uniforme comoda. E questo vale specialmente per gli stivali. Ho l’impressione di aver percorso molti più chilometri a bordo degli Star Destroyer che durante le missioni in superficie o in una struttura grande come questa”.
Il droide RA-7 piegò il capo luccicante di lato in segno di disapprovazione.

“C’è una bella differenza tra un’uniforme comoda e una che calza a pennello. Non so se mi spiego, signore. Vorrei anche ricordarle che lei è un governatore di settore, il che significa che può vestire in modo anche un po’ più trasgressivo, per così dire. Se non nei colori, quantomeno nella scelta del tessuto, nella lunghezza della giacca o nel taglio dei pantaloni”.
Tarkin valutò in silenzio le considerazioni del droide.
Gli anni che aveva trascorso in missione e a bordo delle astronavi non erano stati clementi nei confronti delle sue uniformi da guarnigione, e alla base Sentinel nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione le sue scelte.
“E va bene”, si arrese alla fine. “Mostrami cos’hai in mente”.
Indossando soltanto una tuta aderente verdastra che lo copriva dal collo alle caviglie, nascondendo le cicatrici lasciate dai colpi di blaster, dalle cadute e dagli artigli dei predatori feroci, Tarkin se ne stava in piedi su una bassa piattaforma circolare, davanti a un fabbricatore di indumenti che puntava sul suo corpo i raggi laser rossi dei sensori, prendendo le misure con precisione millimetrica. Per come stava allargando le braccia e le gambe, Tarkin sembrava quasi una statua montata su un piedistallo, se non un bersaglio nel mirino di una decina di tiratori scelti. Accanto al fabbricatore, sulla superficie di un olotavolo si ergeva l’ologramma a dimensioni naturali di Tarkin in persona con indosso l’uniforme nuova; quest’ultima cambiava ogni volta che il droide ordinava silenziosamente una nuova modifica, e la si poteva ruotare o cambiare di posizione con una semplice richiesta.
Nel modesto alloggio di Tarkin c’erano soltanto una branda, un armadio, qualche attrezzo per fare ginnastica e una elegante scrivania intorno alla quale erano disposte due paia di sedie: due erano girevoli e imbottite, le altre due un modello più semplice ed essenziale. Tarkin era un uomo senza mezze misure che prediligeva la simmetria, la precisione e l’ordine.
Un grande oblò si affacciava sulla piattaforma d’atterraggio illuminata che separava l’alloggio dal gigantesco generatore dello scudo deflettore, oltre il quale svettavano le cime delle collinette senza vita che abbracciavano la base Sentinel.
Sulla piattaforma d’atterraggio si potevano scorgere un paio di navette e l’astronave personale di Tarkin, il Carrion Spike.
Sulla luna che ospitava la base Sentinel la gravità non era un grosso problema, tuttavia si trattava di un luogo freddo e desolato. Avvolto da un’atmosfera altamente tossica, il satellite grigio come l’interno dell’alloggio di Tarkin era funestato quasi costantemente da tempeste violentissime. Persino in quel momento una nuova bufera stava scivolando giù per il crinale, imbrattando di polvere e di fango la vetrata dell’oblò. Il personale la chiamava “pioggia dura”, se non altro per alleggerire la tensione che si creava ogni volta che si scatenavano tempeste come quella. Il cielo scuro apparteneva al gigante gassoso intorno al quale orbitava quella luna. Nelle lunghe giornate in cui quel sole lontano e giallastro si degnava di illuminare la luna e la base Sentinel, il riflesso della superficie era così intenso che non lo si poteva guardare direttamente, perciò bisognava sigillare e polarizzare ogni oblò.
“Che cosa ne pensa, signore?”, domandò il droide.
Tarkin studiò il suo sosia olografico colorato, concentrandosi più sull’uomo che indossava la nuova uniforme che sull’uniforme stessa. A cinquant’anni era così magro da sembrare emaciato, i capelli un tempo castano ramato ormai striati di grigio chiarissimo. Lo stesso codice genetico che gli aveva donato un paio di intensi occhi azzurri e il metabolismo accelerato gli aveva anche scolpito il viso facendolo assomigliare più a una maschera. Il naso aquilino appariva anche più lungo grazie al picco della vedova sulla fronte che, dopo la fine della guerra, si era fatto persino
più pronunciato. Molti ritenevano che i suoi lineamenti gli conferissero un’aria molto severa, ma a Tarkin piaceva credere che gli donassero un’aria pensosa, se non addirittura sagace.
E per quanto riguardava la sua voce, sorrideva sempre quando pensavano che dovesse il suo accento e il suo tono arrogante al semplice fatto di essere cresciuto nell’Orlo Esterno.
Tarkin voltò il viso ben rasato prima da un lato e poi dall’altro, quindi alzò il mento. Incrociò le braccia sul petto, quindi portò le mani dietro la schiena e le giunse, per poi piantare i pugni sui fianchi. Ergendosi in tutta la sua altezza, cioè poco sopra la media degli esseri umani, assunse un’espressione serissima mentre si teneva il mento con la mano destra. Esistevano ben poche persone cui avrebbe dovuto rivolgere il saluto militare e una soltanto per cui era obbligato a inchinarsi, perciò così fece, la schiena ben dritta, senza risultare troppo servile.
“Elimina i risvolti degli stivali e abbassa il tacco”, disse al droide.
“Certo, signore. Cambriglione e punta di duranio come al solito?”
Tarkin annuì.
Dopo esser sceso dalla piattaforma e uscito dal reticolo di laser traccianti, Tarkin prese a girare intorno all’ologramma, studiandolo da ogni angolazione. Durante la guerra, le giacche strette intorno alla vita, una volta abbottonate, avevano il brutto vizio di stirarsi perpendicolarmente sul petto da una parte e sul torso dall’altra; adesso la cerniera era perfettamente verticale, il che si confaceva particolarmente al gusto di Tarkin per la simmetria. Appena sotto ogni spalla c’erano dei taschini in cui si potevano conservare i cilindretti contenenti le informazioni codificate di chi indossava l’uniforme. Sulla parte sinistra era appuntata una mostrina composta da due file di quadratini colorati.
Sull’uniforme, specie quella imperiale, non c’era posto per le medaglie e le onorificenze. All’Imperatore non piaceva che si esaltasse il coraggio. Laddove un altro leader avrebbe indossato abiti della seta sintetica più costosa, l’Imperatore preferiva le giacche di zeyd nerissimo e i cappucci in cui poteva nascondere facilmente la sua espressione furtiva, severa, quasi ascetica.
“Così va bene?”, chiese il droide quando il programma addetto a ridisegnare gli stivali ebbe finito di caricare le modifiche sull’oloproiettore.
“Meglio”, rispose Tarkin. “A parte la cintura. Aggiungi un dischetto da ufficiale sulla fibbia e uno identico sul berretto”. Stava per aggiungere particolari quando un ricordo della sua infanzia lo distrasse, strappandogli un sorriso suo malgrado.
Ai tempi doveva aver avuto undici anni; indossava un abito da escursione che riteneva particolarmente adatto a quella che credeva sarebbe stata una bella gita sull’Altopiano delle Carogne. Non appena lo vide, il suo prozio Jova gli rivolse un gran sorriso e quindi proruppe in una risata affettuosa e minacciosa al tempo stesso.
“Starai ancora meglio quando si sarà imbrattata di sangue”, aveva detto Jova.
“L’aspetto di questa uniforme la diverte, signore?”, domandò il droide in un tono vagamente preoccupato.
Tarkin scosse la testa. “Certo che no”.
Sapeva benissimo quanto fossero ridicole quelle prove.
Stava solo cercando di distrarsi per non pensare ai ritardi che stavano ostacolando lo sviluppo della stazione da
battaglia. Le spedizioni dei ricercatori erano state rinviate; avevano scoperto di non poter scavare negli asteroidi intorno a Geonosis; gli scienziati e gli ingeneri che stavano supervisionando il progetto non erano riusciti a rispettare le scadenze previste; stavano ancora aspettando un convoglio che trasportava dei componenti fondamentali…
La tempesta stava rompendo il silenzio, disegnando sulla finestra un tatuaggio senza senso.
La base Sentinel era senza alcun dubbio uno degli avamposti più importanti dell’Impero. Nonostante ciò, Tarkin si domandò che cosa avrebbe pensato il suo prozio paterno – lo stesso che gli aveva insegnato come la gloria del
singolo fosse più importante di ogni altra cosa – se avesse saputo che il suo apprendista preferito stava rischiando di essere degradato a mero amministratore.
Tarkin posò lo sguardo sul suo ologramma, e in quel momento un rapido rumore di passi proruppe dal corridoio all’esterno.
Dopo aver ricevuto il permesso di entrare, il biondo assistente di Tarkin varcò la soglia e si mise sull’attenti.
“Abbiamo ricevuto un messaggio urgente dalla stazione Rampart, signore”.
Se un attimo prima lo stava guardando con la fronte aggrottata, ora l’assistente aveva tutta l’attenzione di Tarkin.
Partita dalla stazione Sentinel per raggiungere il Nucleo passando per il pianeta Pii, la stazione Rampart era un deposito di smistamento per astronavi da rifornimento in rotta per Geonosis, dove si stava costruendo la nuova arma spaziale.
“Non tollererò altri ritardi”, stava per dire Tarkin. “Lo so, signore”, si affrettò a interromperlo l’assistente.
“Il problema non sono le risorse che stiamo aspettando. La stazione Rampart è sotto attacco”.