The Invasion of the Tearling: Anteprima #1

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Il 12 Maggio vedrà l’inizio dell’invasione del Tearling… l’attesissimo seguito di The Queen of the Tearling è ormai quasi arrivato (lo troverete anche al Salone del Libro di Torino!) e per aiutarvi a superare l’attesa… eccovi un corposo estratto dal primo capitolo, tutto da leggere!

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L’alba giunse di buon’ora sul confine con il Mortmesne.
Un istante prima si scorgeva solamente una sottile linea blu sull’orizzonte; un istante dopo il cielo era pieno di scie luminose che sembravano provenire dal Mortmesne orientale.
Presto, riflessi scintillanti illuminarono il lago Karczmar facendolo apparire come fuoco liquido, un effetto che s’interruppe quando una leggera brezza accarezzò le sponde, e la superficie liscia s’increspò.
In quella zona, il confine era una questione delicata.
Nessuno sapeva con precisione dove fosse stata tracciata la linea immaginaria. I Mort insistevano che il lago si trovasse nel loro territorio, mentre i Tear asserivano che fosse di loro competenza in quanto era stato un esploratore proveniente proprio dalla loro nazione, Martin Karczmar, a scoprirlo.Karczmar era ormai morto da quasi tre secoli, ma il Tearling non aveva mai cessato di rivendicare i propri diritti su quello specchio d’acqua. Il lago in sé aveva ben poco valore, giacché popolato esclusivamente da pesci non commestibili ma aveva una sua importanza strategica, essendo per miglia e miglia l’unico punto di riferimento concreto sul confine. Entrambi i regni avevano tentato a lungo di reclamarlo per sé. Tempo prima, era stato discusso un trattato specifico, ma i negoziati erano falliti. La sponda orientale e quella meridionale del lago erano pianeggianti e coperte di sale, limacciose e piene di paludi.
Tale terreno si estendeva a est per svariate miglia, fino a raggiungere una foresta di pino Mort. A ovest, invece, dopo poche centinaia di passi, le paludi terminavano lasciando spazio alle Border Hills, le cui pareti scoscese erano fitte di pini. Il bosco copriva i colli, spingendosi oltre, fino alla parte settentrionale della piana di Almont.
Le pendici orientali delle colline, troppo ripide, erano disabitate, ma sulle cime dei colli e sul versante occidentale sorgevano diversi villaggi Tear. Alcuni tra gli abitanti di quei borghi si procuravano il necessario per vivere sulla piana di Almont, ma per la maggior parte erano allevatori di capre e pecore e vivevano del commercio di lana, latte e carne con gli abitanti di altri villaggi simili. Di tanto in tanto i commercianti si organizzavano tutti insieme e inviavano la loro merce, ben scortata da un corpo di guardia, fino a Nuova Londra, dove la lana aveva un ottimo valore e i pagamenti venivano fatti in denaro, non con il baratto. Quei villaggi punteggiavano le intere colline:
Woodend, Idyllwild, Devin’s Slope, Griffen… Sarebbe stato un gioco da ragazzi conquistarli, essendo gli abitanti dotati solamente di armi di legno; inoltre, non sarebbero certo stati disposti ad abbandonare i loro animali per darsi  alla fuga.
Il colonnello Hall si chiese come fosse possibile amare così tanto un luogo e allo stesso tempo ringraziare Dio onnipotente che lo aveva spinto a lasciarlo. Hall era cresciuto nel villaggio di Idyllwild, figlio di un pecoraio, e l’odore di quei centri, che sapevano di lana bagnata intrisa di letame, era tanto impresso nella memoria da sembrargli di sentirlo anche allora, nonostante il villaggio più vicino si trovasse sul versante occidentale delle colline, a diverse miglia di distanza.
Era stata la sorte a far allontanare Hall da Idyllwild. Non la buona sorte, ma quella che da una parte dà e dall’altra toglie.
Il villaggio era troppo a nord per aver sofferto le conseguenze peggiori della prima invasione dei Mort. Una notte, un gruppo di saccheggiatori era arrivato, rubando alcune pecore da un recinto incustodito, ma non era accaduto altro. Alla firma del trattato, Idyllwild e i villaggi circostanti avevano festeggiato. Hall e il suo fratello gemello Simon si erano ubriacati, svegliandosi poi in un porcile a Devin’s Slope. Loro padre aveva ammesso che al villaggio era andata molto bene, e Hall si era detto d’accordo.
Almeno finché, otto mesi più tardi, il nome di Simon era stato estratto per la seconda spedizione.
Quando era accaduto Hall e Simon avevano quindici anni, quindi secondo le tradizioni delle aree di confine erano già uomini, ma per le tre settimane che seguirono i loro genitori sembrarono essersene dimenticati. La mamma aveva preparato i piatti preferiti di Simon, mentre il papà aveva concesso loro di non alzare un dito. Verso la fine del mese avevano intrapreso il viaggio fino a Nuova Londra, come avrebbero fatto tante famiglie negli anni a venire; papà era seduto a cassetta, in lacrime, mentrela mamma, nel retro del carro, si era chiusa in un tetro silenzio.
Hall e Simon avevano fatto di tutto per rallegrare la famiglia.
I genitori avevano deciso che sarebbe stato meglio che Hall non assistesse alla partenza della spedizione. L’avevano quindi lasciato in un locale lungo il Gran Viale, con tre sterline e la raccomandazione di non muoversi fino al loro ritorno. Ma Hall non era più un bambino, quindi li aveva seguiti fino al prato di fronte alla Fortezza.

Poco prima della partenza papà si era sentito male, ed era svenuto. La mamma aveva cercato di farlo tornare in sé. Perciò alla fine solo Hall aveva visto Simon sparire per sempre dalla città e dalle loro vite.
Avevano poi passato la notte a Nuova Londra, in una delle locande più disgustose del Gut. La puzza insopportabile aveva finito per spingere Hall a uscire. Aveva vagato in cerca di un cavallo da rubare, deciso a seguire le gabbie lungo la Mort Road in modo da liberare Simon o di morire nel tentativo. Fuori da una birreria aveva trovato ciò che cercava; era impegnato nel tentativo di sciogliere il complicato nodo che teneva legato l’animale, quando una mano lo aveva afferrato per la spalla.
“Cosa pensi di combinare, campagnolo?”
Si trattava di un uomo ben più grande e grosso del padre di Hall. Indossava una cotta di maglia ed era armato fino ai denti. In quell’istante Hall aveva pensato di avere solo pochi istanti di vita, e in un certo senso ne era contento. “Ho bisogno di un cavallo”.

L’uomo lo aveva guardato con aria attenta. “C’è qualcuno cui tieni, nella spedizione?”
“Non sono affari suoi”.
“Certo che sono affari miei: questo cavallo è mio”.
Hall aveva sguainato il coltello: una semplice lama per la tosatura delle pecore, ma aveva sperato che l’uomo non lo sapesse. “Non ho tempo per discutere: ho bisogno del cavallo”.
“Metti via quel coltello, ragazzino, e non fare lo sciocco: la spedizione è scortata da otto Caden. Sono certo che anche nel villaggio puzzolente da cui provieni si è sentito parlare di loro. Potrebbero spezzare il tuo ridicolo temperino con i denti”.
L’uomo si era mosso per afferrare le briglie del cavallo ma Hall aveva alzato la lama di fronte a lui. “Mi dispiace derubarti, ma non posso fare altrimenti: devo andare”.
L’altro lo aveva osservato per qualche lungo istante, come a esaminarlo. “Devo ammettere che hai fegato, ragazzino. Cosa fai, il contadino?”
“Il pastore”.
Dopo averlo guardato per qualche altro istante, l’uomo disse:
“D’accordo, ragazzino, facciamo così: ti presto il mio cavallo. Si chiama Favore: mi pare un nome adatto alla situazione. Segui la Mort Road e da’ pure un’occhiata alla spedizione.
Se sei intelligente, ti renderai conto che non potrai mai farcela ad attaccarla. A quel punto, ti resteranno due scelte: morire stupidamente, senza ottenere nulla, o tornare indietro e venire alla caserma nella zona di Wells, dove discuteremo il tuo futuro”.
“Quale futuro?”
“Il tuo futuro da soldato, ragazzino. A meno che non ti piaccia l’idea di puzzare di merda di pecora per il resto della vita”.
Hall lo aveva guardato incerto, chiedendosi se quelle parole celassero un qualche trucco.
“E se le rubo il cavallo?”
“Non accadrà. Hai in te un certo senso del dovere, o non avresti nemmeno deciso d’intraprendere questa folle impresa. E comunque, ho a disposizione un intero esercito a cavallo, nel caso debba venirti a cercare”.
L’uomo si era poi girato per tornare nel locale, lasciando Hall fuori con il palafreno.
“Chi è lei?”, aveva chiesto il giovane.
Il maggiore Bermond del fronte destro. Ora sbrigati, ragazzino. E se il mio cavallo si fa del male, ti strapperò di dosso quella tua pelle da pecoraio”.

Dopo una notte di cavalcata a spron battuto, Hall aveva raggiunto la spedizione rendendosi conto che Bermond aveva ragione: si trattava praticamente di una fortezza. Ogni gabbia era circondata da soldati, tra i quali spiccavano i mantelli rossi dei Caden. Hall non aveva una spada, né era tanto stolto da pensare che averne una avrebbe potuto fare la benché minima differenza. Non era nemmeno riuscito ad avvicinarsi abbastanza da riuscire a riconoscere Simon: appena ci aveva provato, un Caden aveva scoccato una freccia che lo aveva mancato solo di pochi pollici. La situazione era esattamente come l’aveva descritta il Maggiore.
Aveva comunque valutato la possibilità di lanciarsi alla carica, di farla finita, di abbandonare la prospettiva di un orribile futuro durante il quale i suoi genitori, guardandolo, avrebbero sentito ancor più la mancanza di Simon. Il volto di Hall non li avrebbe mai confortati: avrebbe solo ridestato ricordi atroci.
Aveva stretto le redini, preparandosi ad attaccare, quando era accaduto qualcosa che, in seguito, non era mai riuscito a spiegarsi: tra i prigionieri stretti nella sesta gabbia, aveva improvvisamente scorto Simon. La spedizione era troppo distante perché potesse davvero aver visto qualcosa, ma aveva comunque scorto il volto di suo fratello, uguale al suo. Se si fosse lanciato alla carica non sarebbe rimasto nulla di Simon, nemmeno un ricordo del suo
passaggio. A quel punto Hall aveva capito che quella sua breve avventura non era per Simon, ma per se stesso, per placare i sensi di colpa e lenire il dolore. Egoismo e autodistruzione, insieme, come accadeva spesso.
Hall aveva fatto girare il cavallo, era tornato a Nuova Londra e si era arruolato nell’esercito del Tearling. Il maggiore Bermond lo aveva sostenuto e, anche se non lo avrebbe mai ammesso, doveva anche aver fatto valere la propria autorità, poiché Hall non si era mai trovato costretto a scortare una spedizione, nemmeno quando era un semplice fante. Ogni mese aveva mandato una parte dello stipendio alla famiglia, e nelle rare visite a Idyllwild era rimasto sorpreso nel trovare i genitori burberi ma fieri di avere un figlio nell’esercito. Aveva fatto rapidamente carriera, fino a trovarsi a ricoprire la carica di attendente del generale alla tenera età di trentun anni. Quel lavoro non dava grandi soddisfazioni: la vita di un soldato negli anni del Reggente consisteva nell’interrompere risse e andare a caccia di criminali da strapazzo. Nessun sogno di gloria. Tuttavia, quel…

“Signore?”
Hall sollevò lo sguardo. Vide di fronte a sé il tenente colonnello Blaser, il suo aiutante di campo. Aveva il viso nero di fuliggine.
“Cosa c’è?”
“È il segnale del maggiore Caffrey, signore. Siamo pronti, in attesa di un suo ordine”.
“Ancora qualche minuto”.
I due sedevano in un punto di osservazione in alto sulle pendici orientali delle colline. Il battaglione comandato da Hall si trovava lì ormai da diverse settimane e lavorava alacremente, osservando quell’enorme massa nera progredire attraverso la pianura del Mortmesne. Le dimensioni dell’esercito Mort ne rallentavano l’avanzata, ma i soldati erano finalmente arrivati, ed erano accampati sulla sponda meridionale del lago Karczmar: una città nera che si estendeva quasi a perdita d’occhio.
Attraverso il cannocchiale, Hall vedeva solo quattro sentinelle, poste a distanza regolare lungo il bordo occidentale dell’accampamento. Indossavano abiti che permettevano loro di mimetizzarsi con la superficie scura e limacciosa delle saline ma Hall conosceva molto bene le sponde del lago, e alla luce del sole nascente era facile scorgere qualunque anomalia.
Due sentinelle non si preoccupavano nemmeno di pattugliare il tratto assegnato: sembravano assopite. I Mort riposavano tranquilli, e non avevano motivo di fare altrimenti: il rapporto fatto da Mazza Chiodata riferiva che l’esercito Mort consisteva di oltre ventimila uomini, con spade e armature di ottimo acciaio, le armi con punte in ferro. Nel contempo, l’esercito del Tearling era oggettivamente debole. La colpa era Bermond, almeno in parte. Hall gli voleva bene come a un padre ma Bermond si era lasciato andare durante il tempo di pace. Pattugliava il Tearling come un fattore che ispezionava i propri possedimenti, non come un soldato pronto alla battaglia. L’esercito Tear non era pronto per la guerra ma era costretto comunque ad affrontarne una.
L’attenzione di Hall tornò, come spesso era accaduto nella settimana appena passata, ai cannoni, custoditi all’interno di una formidabile fortificazione al centro dell’accampamento Mort.
Pur non dubitando che la regina avesse avuto una qualche visione, Hall non le aveva creduto quando aveva descritto i cannoni; almeno fino a quando non li aveva visti con i propri occhi.
Ma proprio in quel momento la luce proveniente da est faceva luccicare quei mostri di acciaio, accentuandone le forme cilindriche, lisce, e Hall provò una rabbia che ormai conosceva bene.Era molto a suo agio con la spada, ma si trattava di un’arma con limiti precisi. I Mort stavano cambiando le regole d’ingaggio della guerra, quelle che Hall conosceva da sempre.
“Va bene”, sussurrò riponendo il cannocchiale, senza rendersi conto di aver parlato ad alta voce. “Faremo lo stesso anche noi”.