Metro 2035 – Seconda anteprima e Blogtour Ufficiale

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Metro 2035 sta arrivando in libreria e per chi lo  ha prenotato sul nostro e-commerce lo riceverà proprio in queste ore.

Per la gioia di tantissimi lettori affezionati all’universo di Dmitry Glukhovsky, la conclusione della storia di Artyom nella Metro di Mosca si concluderà con questo romanzo.

Alcuni dei migliori booklover della rete italiana si sono organizzati per offrire approfondimenti e recensioni in anteprima del libro e prendere per mano  Per meglio spiegare il mondo articolato e complesso dell’universo di Metro 2033, che ha affascinato in questi ultimi 5 anni tanti lettori ma anche videogiocatori, diversi tra loro,  il tour si svilupperà in diversi momenti.

Ecco le tappe e i criteri per partecipare e vincere copie del libro e dell’intera trilogia. 

29/08 Presentazione BlogTour e Autore

            Il Colore dei Libri 

30/08 “Metro 2033″ & “Metro 2034″

            Leggendo Romance 

31/08 Mondo Metro

            DevylishStilish

01/08 Metro 2035

           Lo Scaffale Delle Swappine 

02/09 Videogiochi

            Everpop 

03/09 Opinione Metro 2035

            Viaggiatrice Pigra 

LA LETTURA CONTINUA DAL I CAPITOLO …

METRO 2035 – Capitolo 1

Qui Mosca

…Nell’angolo c’era anche uno zaino militare, e al muro era attaccata una cornetta blu come quelle delle cabine telefoniche.

Artyom si infilò la tuta. Gli stava larga, come se fosse di un’altra persona. Estrasse dalla borsa la maschera antigas. Tirò l’elastico, la indossò, strizzò gli occhi per abituarsi a guardare attraverso le rotonde finestrelle appannate. Tolse il tubo.

“Sono pronto”.

Uno scricchiolio straziante, e la parete di ferro – non proprio una parete, ma una chiusura stagna – si sollevò. Fuori c’era un’aria fredda e umida. Artyom rabbrividì. Si caricò sulle spalle lo zaino, era pesante quanto un uomo in carne ed ossa.

I gradini della interminabile scala mobile che portava verso l’alto erano consumati e scivolosi. La stazione della metropolitana VDNKh è sessanta metri sottoterra, proprio la profondità sufficiente a evitare le bombe aeree. Ovviamente, se una testata atomica avesse colpito Mosca si sarebbe creata una voragine piena di vetro. Ma tutte le testate atomiche erano state intercettate in alto sopra la città; a terra erano caduti solo frammenti incandescenti, ma che non potevano esplodere. Per questo Mosca era rimasta quasi integra, e persino molto simile a prima, come la mummia somiglia allo zar vivo. Le braccia a posto, le gambe anche, il sorriso…

Le altre città, però, non avevano una difesa antimissile.

Artyom grugnì sistemandosi lo zaino, poi si fece di nascosto il segno della croce, mise i pollici sotto le cinghie troppo lente per tirarle e iniziò la salita.

***

La pioggia batteva sul ferro dell’elmetto e sembrava rimbombare proprio sulla testa di Artyom. Gli stivali di gomma affondavano nel fango, la ruggine scorreva dall’alto verso il basso a rigagnoli, il cielo era ingombro di nubi − non si respirava − e intorno c’erano edifici vuoti, tutti consumati dal tempo. Non c’era un’anima. Non un’anima da più di vent’anni.

Attraverso il viale di umidi ceppi spogli si vedeva l’enorme arco d’ingresso della VDNKh. Un vero museo delle meraviglie: nei falsi templi antichi erano piantati i semi delle speranze in una grandezza futura. La grandezza sarebbe dovuta arrivare presto – domani. Solo che quel giorno non era mai arrivato.

La VDNKh – un posto funesto.

Sino a un paio di anni prima lì abitavano esseri schifosi di tutti i tipi, ma ora non c’erano più neanche quelli. Avevano promesso che il livello di radioattività si sarebbe abbassato e sarebbe stato possibile ritornare pian piano, in fondo là fuori brulicava di mutanti, ed erano anche loro bestioline, seppure un po’ storpie…

Invece niente: dalla Terra si era staccata la crosta di ghiaccio, il pianeta aveva iniziato a respirare e a trasudare, il livello di radioattività era andato alle stelle, e allora i mutanti si erano attaccati alla vita coi loro artigli, e chi c’era non era riuscito a scappare, era crepato, mentre l’uomo continuava a stare sottoterra, viveva nelle stazioni della metropolitana e non aveva nessuna intenzione di morire. All’uomo non serve poi molto, può avere la meglio su qualsiasi ratto.

Il contatore si mise a suonare, indicando ad Artyom l’aumento del livello di radioattività. Non lo prenderò più, pensò Artyom, mi fa solo venire i nervi. Che importa a che cifra arriva? Cosa cambia? Finché non ho fatto quello che devo fare, che vada pure in mille pezzi.

“Che parlino pure, Zhenya. Pensino pure che sono impazzito. Quella volta sulla torre loro non c’erano… Quelli non mettono il naso fuori dalla loro metropolitana. Cosa possono saperne? Io impazzito… che vadano tutti a quel paese… Mi spiego: nel preciso istante in cui Ulman ha installato l’antenna sulla torre… mentre la stava sintonizzando… c’era qualcosa. Sì, l’ho sentito! No, non è stata un’allucinazione, eppure non mi credono, merda!”

Lo snodo stradale si innalzava sopra la sua testa, i nastri di asfalto avevano ondeggiato e si erano rappresi scrollandosi di dosso le macchine; queste erano cadute a casaccio, una a quattro zampe, un’altra di schiena, rimanendo congelate in quelle posizioni.

Artyom si guardò velocemente intorno e imboccò la strada che portava sopra il cavalcavia, una strada che somigliava a una lingua ruvida, sfacciatamente esibita. Non c’era molto da camminare – un chilometro, forse uno chilometro e mezzo. Dietro alla strada seguente si ergevano le torri Tricolor, in passato dipinte trionfalmente di bianco, blu e rosso. Il tempo le aveva però trasformate alla sua maniera, rendendole tutte grigie.

“Ma perché non mi credono? Non mi credono e basta. Ma sì, nessuno ha sentito i segnali. Ma da dove avrebbero potuto sentirli, questi segnali? Da sotto la terra. Nessuno salirà mai solo per questo… Non è così? Pensaci un po’: è mai possibile che non sia sopravvissuto nessuno tranne noi? In tutto il mondo neanche una persona? Eh? È una cosa assurda, una follia!”

Non aveva voglia di guardare la torre di Ostankino, ma non si poteva neanche ignorarla: che ti girassi oppure no, spuntava sempre da un angolo, come un graffio sul vetro antigas. Nera, bagnata, mozzata all’altezza della terrazza panoramica, sembrava una mano col pugno chiuso sbucata da sottoterra, come se un essere enorme avesse voluto emergere in superficie dalle viscere della Terra, ma fosse rimasto invischiato nella rossa argilla moscovita: la terra bagnata e soda lo aveva inghiottito fino a farlo soffocare.

“Quando ero sulla torre…”, Artyom scosse la testa in quella direzione, “quando ascoltavano i suoni dello spazio e cercavano di captare i segnali di Melnik… là in mezzo a quel fruscio… sono pronto a giurare su quello che vuoi… c’era! Qualcosa c’era!”

Sopra il bosco nudo si stagliavano due colossi, l’Operaio e la Contadina, che stretti nella loro strana posa sembravano pattinare sul ghiaccio oppure ballare il tango, ma senza guardarsi, come esseri asessuati. Dove guardavano allora? Chissà se dalla loro altezza vedevano oltre l’orizzonte.

Sulla sinistra era rimasta la maledetta ruota della VDNKh, enorme come il perno di quel meccanismo che fa girare la Terra. Erano ormai passati vent’anni da quando la ruota si era fermata e ora arrugginiva in silenzio. Era finita la carica.

 

Sulla ruota c’era la scritta 850 – erano gli anni compiuti da Mosca quando la ruota era stata installata. Artyom pensò che non aveva senso correggere quella cifra: se non c’è nessuno in grado di calcolare il tempo, il tempo si ferma.

I grattacieli brutti e tristi che una volta erano rossi, blu e bianchi occupavano mezzo mondo: erano vicinissimi. Gli edifici più alti della zona, se non si considerava la torre rotta. La cosa da fare. Artyom rovesciò all’indietro la testa, spinse lo sguardo fino alla cima. Gli cedettero subito le gambe.

“E se provassi oggi…”, chiese Artyom senza punto interrogativo, anche se si ricordava che le orecchie del cielo erano chiuse da un tappo di nuvole.

Là ovviamente non lo avevano sentito.
Un ingresso.
Un ingresso come tanti. Il citofono era abbandonato, la porta metallica priva di corrente elettrica, nell’acquario del portiere c’era un cane morto, le cassette della posta cigolavano per gli spifferi con un rumore metallico, né lettere né pubblicità da buttare nell’immondizia. Da tempo tutto era stato preso e bruciato per riscaldarsi almeno le mani.

In basso c’erano tre luccicanti ascensori made in Germany, con le porte spalancate e gli splendidi interni inossidabili, quasi si potesse prenderne uno qualsiasi e salire fino all’ultimo piano del grattacielo. Artyom li odiava per questo. Sapeva cosa c’era dietro, di fianco alla porta della scala antincendio. Li aveva già contati: quarantasei piani da farsi a piedi. Sul Golgota si sale sempre a piedi.

“A piedi, sempre…”

Lo zaino adesso pesava una tonnellata, e questa tonnellata lo schiacciava sul cemento, gli impediva di camminare, lo faceva inciampare. Ciononostante Artyom avanzava come uno zombie, e come uno zombie parlava.

“Cosa vuol dire che non ci sono sistemi antimissile… Comunque… Devono esserci, devono essersi salvati altri uomini… da qualche parte… non è possibile che siano solo qui… a Mosca… solo nella metropolitana… La Terra è rimasta… non si è spaccata… il cielo… si sta schiarendo… non può essere… che tutto il Paese… e anche l’America,

 

la Francia… e la Cina… e la Thailandia… cos’hanno fatto di male i thailandesi? Sono così innocui…”

Nei suoi ventisei anni di vita Artyom non aveva ovviamente fatto in tempo ad andare né in Francia né in Thailandia. Il Vecchio Mondo non l’aveva quasi visto, era nato troppo tardi. La geografia del Nuovo Mondo era più limitata: stazione della metropolitana VDNKh, stazione della metropolitana Lubianka, stazione della metropolitana Arbatskaya, la linea dell’Anello. Ma guardando sui vecchi giornali le fotografie di Parigi e New York filtrate dalla muffa, Artyom sentiva che queste città da qualche parte esistevano ancora, non erano scomparse e, forse, aspettavano proprio lui.

“Perché… perché sarebbe dovuta rimanere solo Mosca? Non è logico, Zhenya! Mi capisci? E dunque… noi dobbiamo semplicemente cogliere… i loro segnali… non possiamo… Per il momento. Bisogna semplicemente continuare. Non si può mollare, non si può…”

Il grattacielo era vuoto, ciononostante produceva suoni, viveva: il vento soffiava attraverso i balconi, faceva sbattere le porte, fischiava nelle gabbie degli ascensori, frusciava nelle cucine e nelle camere da letto, faceva la parte dei padroni rincasati. Ma Artyom non gli credeva più, non si voltava neppure e non lo passava a trovare.

Sapeva bene cosa c’era là, dietro quelle porte che sbattevano freneticamente: appartamenti svaligiati. Erano rimaste solo fotografie sparse sul pavimento – prima di morire, degli sconosciuti si erano scattati delle foto ricordo che nessuno avrebbe più guardato – e mobili ingombranti impossibili da portare con sé nella metropolitana o nell’altro mondo. Nelle altre case le finestre erano volate via in seguito all’onda esplosiva, mentre lì i doppi vetri avevano retto. Ma dopo più di vent’anni erano tutti impolverati, offuscati come per una cataratta.

Prima si poteva ancora incontrare in qualche appartamento il vecchio proprietario: aveva infilato il tubo della maschera antigas in qualche giocattolo e ci piagnucolava attraverso senza accorgersi che c’era qualcuno dietro di lui. Ma ormai da molto tempo non si vedeva più nessuno. Qualcuno era rimasto sdraiato con un buco nella schiena accanto al suo stupido giocattolo, mentre gli altri lo avevano guardato e avevano capito: sopra non c’erano case, non c’era niente. Cemento, mattoni, fango, asfalto crepato, ossa gialle, macerie varie e radiazioni. A Mosca e in tutto il mondo. C’era vita solo nella metropolitana. Un dato di fatto. Noto a tutti. A tutti, tranne che ad Artyom.

E se ci fosse sulla sconfinata Terra un altro posto adatto all’uomo? Adatto ad Artyom, ad Anya e a tutti quelli della stazione? Un posto senza soffitto di ghisa sopra la testa e dove poter crescere fino al cielo. Un posto dove costruire una casa e una vita propria, e da dove poi ripartire per rendere gradualmente vivibile tutta la Terra bruciata.

“Farei tornare tutti… all’aria aperta… vivrebbero…” Quarantasei piani.
Avrebbe potuto fermarsi al quarantesimo o anche al trentesimo, nessuno aveva detto ad Artyom che doveva a tutti i costi salire fino all’ultimo. Ma lui chissà perché si era ficcato in testa che solo là, sul tetto, avrebbe potuto ottenere qualcosa.

“Certo… non è così in alto come allora sulla torre… ma…”

Le finestrelle della maschera antigas si erano appannate, il cuore sfondava la cassa toracica, ed era come se qualcuno lo stesse tastando con un ferro per capire come insinuarsi sotto la sua costola. Attraverso i filtri della maschera respirava male e a fatica, la vita sembrava venir meno, e quando arrivò al quarantacinquesimo piano Artyom, come quella volta sulla torre, non resistette e si strappò la stretta pelle di gomma. Inspirò l’aria dolce e amara. Un’aria completamente diversa da quella della metropolitana. Aria fresca.

“In alto… forse là… a trecento metri… in alto… forse per questo… sì, in alto… da quell’altezza si captano i segnali…”

Si sfilò lo zaino, era riuscito a portarlo fin lì. Con la schiena dura come la pietra forzò il portello del lucernario, lo spinse verso l’esterno e uscì sulla terrazza. E cadde. Disteso supino, guardava le nuvole a portata di mano, cercava di calmare il cuore e il respiro. Poi si alzò.

 

Da lì la vista era…

Immaginatevi di essere morti e di essere già in volo verso il Paradiso, quando all’improvviso finite su un soffitto di vetro e rimanete sospesi, senza poter muovervi né da una parte né dall’altra. È chiaro che è impossibile tornare giù da questa altezza. Quando hai visto che, dall’alto, tutto sulla Terra somiglia a un giocattolo rotto, come puoi prendere la vita sul serio?

Lì a fianco si ergevano altri due grattacieli simili, un tempo colorati, ora grigi. Ma Artyom saliva sempre su questo, era più comodo così.

Per un secondo tra le nubi si aprì una fessura, attraverso la quale il sole lanciò i suoi raggi. D’un tratto sembrò che dalla casa vicina venisse un riflesso, dal tetto o dalla finestra impolverata di uno degli appartamenti più in alto. Come se qualcuno con uno specchietto avesse colto il raggio di sole. Ma Artyom fece appena in tempo a guardarsi intorno che il sole si era già barricato di nuovo e il riflesso scomparso.

Gli occhi di Artyom continuavano a guardare, per quanto lui cercasse di distoglierli, in direzione del fitto bosco che era cresciuto al posto del Giardino Botanico. E della nuda radura nera situata proprio nel centro. Era un luogo talmente morto da far pensare che Dio vi avesse gettato dei resti di zolfo incandescente. E invece no, non era stato Dio.

Il Giardino Botanico Artyom se lo ricordava diverso, ed era il suo unico ricordo del mondo ormai scomparso, di prima della guerra.

Che strano: tutta la tua vita fatta di piastrelle, tubi, soffitti da cui viene giù l’acqua e rivoli che scorrono sul pavimento lungo i binari, di granito e di marmo, di afa e di luce elettrica.

Ma all’improvviso trapela un pezzetto minuscolo di un’altra età: una fresca mattina di maggio, i teneri germogli appena spuntati sugli alberi snelli, i viali del parco dipinti con gessetti colorati, l’estenuante coda per comprare un cono gelato che non definiresti dolce, ma divino. E poi la voce di tua madre, indebolita e deformata dal tempo come da un cavo telefonico di rame. E la sua mano calda, che tieni stretta stretta per timore di staccarti e di perderti. Ma è davvero possibile ricordare cose del genere? Probabilmente, no.

 

Tutto questo è talmente inopportuno e irreale da non capire più se l’hai vissuto o sognato. Ma come si fa a sognare cose mai viste e conosciute?

Artyom vedeva davanti a sé i disegni fatti sui viali coi gessetti, i raggi di sole che trafiggevano il fogliame rado, il gelato nella sua mano, quelle comiche anatre arancioni sullo specchio marrone dello stagno e i ponticelli vacillanti di questo laghetto autunnale. Che paura aveva di cadere nell’acqua, e ancor più di perdere il cono alla vaniglia!

Il volto di sua madre invece non riusciva a ricordarselo. Cercava di evocarlo, pregava di vederlo almeno di notte, anche a patto di dimenticarlo la mattina seguente, ma proprio non ci riusciva. Davvero non esisteva nella sua testa un minuscolo angolino dove sua madre potesse nascondersi e aspettare che passassero la morte e le tenebre? Evidentemente no. Ma come poteva una persona scomparire nel nulla?

E quel giorno, quel mondo, dov’erano andati a finire? Erano lì accanto, bastava chiudere gli occhi. Ovviamente, si poteva farvi ritorno. Dovevano per forza essersi salvati da qualche parte sulla Terra, bisognava chiamarli, tutti quelli che si erano smarriti: “Ehi, noi siamo qui, voi dove siete?”. Bisognava solo sentirli, essere capaci di ascoltarli.

Artyom strizzò gli occhi, poi se li stropicciò in modo che vedessero di nuovo il mondo presente e non quello di vent’anni prima. Si sedette e aprì lo zaino. Dentro c’erano una stazione radio militare, voluminosa, verde e tutta graffiata, e una cassetta di ferro col manico girevole: una dinamo artigianale. Sul fondo, quaranta metri di filo e l’antenna della stazione radio.

Artyom collegò tutti i cavi, mentre dipanava il filo fece un giro sul tetto, si asciugò il sudore dal viso e si rinfilò di controvoglia la maschera antigas. Si strinse le cuffie contro la testa, accarezzò i tasti con le dita. Girò la manovella della dinamo: il diodo sobbalzò, cominciò a ronzare, a vibrare nella sua mano, quasi fosse vivo.

Fece scattare il commutatore.

Chiuse gli occhi, temendo che gli impedissero di pescare in mezzo al rumore dell’apparecchio radio la bottiglia con la lettera proveniente da un lontano continente, dove qualcuno era ancora vivo. Iniziò a oscillare sulle onde. Girava la dinamo come se remasse con una sola mano a bordo di un gommone.

Le cuffie iniziarono a rumoreggiare, in mezzo al fruscio emisero un flebile gemito, poi strani colpi di tosse, il silenzio e infine, di nuovo, un brusio. Ad Artyom pareva di aggirarsi per un dispensario tubercolare in cerca di una persona con cui parlare, ma non un solo malato era cosciente; solo le infermiere mettevano il dito vicino alle labbra e con aria severa ingiungevano: “Ssst”. Nessuno voleva rispondere ad Artyom, nessuno intendeva vivere.

Nessun segnale da Pietroburgo. Nessuno da Ekaterinburg.

Taceva Londra. Taceva Parigi. Tacevano Bangkok e New York. Da tempo, ormai, non era più importante chi avesse iniziato quella guerra. Non era più decisivo cosa l’avesse provocata. A che scopo saperlo? Per la storia? La storia la scrivono i vincitori, e ora non c’era più nessuno che potesse farlo – e, a breve, neanche qualcuno che potesse leggerla.

Ssst…

Nell’etere c’era il vuoto, un vuoto infinito.
Un gemito…
In orbita ondeggiavano i maledetti satelliti per le comunicazioni: nessuno se ne serviva e loro impazzivano per la solitudine e si buttavano sulla Terra, preferendo bruciare nell’atmosfera piuttosto che rimanere così.

Neanche una parola da Pechino. Tokyo, poi, era una tomba.

Artyom continuava a girare lo stesso quella maledetta manovella – girava e remava, remava e girava.

Che silenzio! Un silenzio impossibile. Insopportabile.
“Qui Mosca! Qui Mosca! Rispondete!”
Era la sua voce, quella di Artyom. Come al solito non era riuscito ad aspettare, ad avere pazienza.
“Qui Mosca! Ricezione! Rispondete!”
Un sibilo.
Non bisognava fermarsi. Non bisognava arrendersi. “Pietroburgo! Rispondete! Vladivostok! Rispondete a

Mosca! Rostov! Rispondete!”
Cos’hai, Pietroburgo? Sei così fiacca, più fiacca di Mosca?

 

Cosa c’è adesso al tuo posto? Un lago di vetro? Oppure sei stata mangiata dalla muffa? Perché non rispondi? Eh?

Dove sei finita tu, Vladivostok, orgogliosa città all’altro capo del mondo? Tu eri così lontana da noi, come possono averti contaminato? Non hanno risparmiato neppure te?

Kch… kch…

“Rispondete, Vladivostok! Qui Mosca!”

Tutto il mondo era disteso con la faccia nel fango e non sentiva questa pioggia interminabile che cadeva a gocce sulla schiena e non capiva di avere sia la bocca che il naso pieni di acqua rugginosa.

Mosca invece… eccola. Dritta. Sulla sue gambe. Come se fosse ancora viva.

“Ma siete crepati tutti, là?”

Ssst…

Erano forse le loro anime, nascoste nell’etere, a rispondergli così? E se invece era la radioattività? Anche la morte deve avere una sua voce. Probabilmente una così, una specie di sussurro.

Ssst…

Sì, sì. Non far rumore. Calmati, Calmati.
“Qui Mosca! Rispondete!”
Forse ora avrebbero sentito.
Magari proprio adesso qualcuno avrebbe tossito nelle

cuffie, sovrastando tutto agitato il brusio di fondo e urlando da lontano: “Noi siamo qui! Mosca! Vi sento! Ricezione! Mosca! Non chiudete! Vi sento! Diamine! Mosca! Mosca si è messa in contatto con noi! In quanti siete sopravvissuti? Noi qui siamo una colonia di venticinquemila persone! La Terra è pulita! La radioattività è pari a zero! L’acqua è incontaminata! Se abbiamo cibo? Certo! Le medicine, sì le abbiamo! Vi mandiamo un gruppo di salvataggio! Voi tenete duro! Mi sentite, Mosca?! La cosa più importante: tenete duro!”

Un sibilo. Il vuoto.

Non era una comunicazione via radio, ma una seduta spiritica che Artyom non riusciva assolutamente a concludere. Gli spiriti evocati non volevano venire. Stavano bene anche in quell’altro mondo. Guardavano dall’alto, fra i rari squarci delle nuvole, la figura ingobbita di Artyom e si limitavano a ridacchiare: noi dovremmo venire là da voi? No no, un corno!

Kchhh.

Smise di girare la manovella e si strappò le cuffie. Si alzò, avvoltolò il cavo dell’antenna con precisione, lentamente, imponendosi questa attenzione; se fosse stato per lui, l’avrebbe fatto in pezzi e gettato giù dal quarantaseiesimo piano.

Ripose tutto nello zaino. Se lo sistemò sulle spalle, diavolo tentatore. Lo portò giù. Nella metropolitana. A domani.

***

“Hai fatto la decontaminazione?”, pronunciò con voce nasale il tubo blu.

“Sì, l’ho fatta”.
“Parla in maniera più chiara!”
“L’ho fatta!”
“L’ha fatta, dice…”, il tubo sibilò incredulo e Artyom lo scaraventò con odio contro il muro.
All’interno della porta la serratura iniziò a grattare, ritraendo i chiavistelli. Poi l’ingresso si aprì con un rumore lungo e cupo, e Artyom sentì subito il tanfo della metropolitana.

Sukhoi lo accolse sulla soglia. Forse aveva presentito il ritorno di Artyom, o magari non si era mai allontanato da lì. Più probabilmente, lo aveva sentito.

“Come stai?”, gli chiese con fare stanco, senza cattiveria.

Artyom si strinse nelle spalle. Sukhoi lo accarezzò con lo sguardo, dolcemente, come fa un pediatra.

“Ti cercava una persona venuta da un’altra stazione”.

Artyom si irrigidì. “Non era da parte di Melnik?”, la sua voce tintinnò, quasi avessero buttato per terra un bossolo. Speranza? Viltà? Cos’altro?

“No. Era un vecchio”.

“Che vecchio?”. Tutte le ultime forze che Artyom aveva raccolto, nell’eventualità che il patrigno rispondesse di sì, lo abbandonarono ed ebbe voglia solo di sdraiarsi.

“Omero. Si chiamava Omero. Lo conosci?” “No, Zio Sasha. Vado a dormire”.

***

Lei non si si mosse. Sta dormendo oppure no?, pensò Artyom. Lo pensò così, automaticamente, perché in realtà non gli importava più nulla se stesse dormendo o facesse solo finta. Ammucchiò i suoi vestiti vicino all’ingresso, si strofinò le spalle per il freddo, si distese accanto ad Anya come un orfanello e tirò verso di sé la coperta. Se avessero avuto una seconda trapunta, non le si sarebbe nemmeno avvicinato.

L’orologio della stazione indicava le sette di sera, forse. Ma Anya doveva alzarsi alle dieci per andare a raccogliere funghi. Artyom invece era stato esonerato dalla raccolta in quanto eroe. Oppure perché invalido? Faceva tutto come gli pareva. Si svegliava quando lei tornava dal turno e andava di sopra. Si estraniava quando lei faceva ancora finta di dormire. Vivevano così: a fasi opposte. Nello stesso letto, ma in dimensioni diverse.

Badando a non svegliarla, Artyom continuò a tirare verso di sé la trapunta rossa. Anya se ne accorse e senza dire una parola trascinò con forza la coperta dalla parta opposta. Dopo un minuto di questa stupida lotta, Artyom si arrese e rimase nudo sul bordo del letto.

“Fantastico”, disse.
Lei taceva.
Perché la lampadina prima arde e poi si fulmina?
Si distese col viso sul cuscino – per fortuna di cuscini ce n’erano due – lo riscaldò col suo respiro e si addormentò. In un sogno malefico vide Anya diversa – ridanciana, battagliera, che lo stuzzicava allegramente, giovanissima. Ma quanto tempo era passato? Due anni? Due giorni? Chi diavolo sa quando poteva essere stato? Allora gli sembrava di avere tutto il tempo del mondo a disposizione, a entrambi pareva così. Ma da quei giorni era trascorsa un’eternità.

Nel sogno era freddo, ma era Anya a farlo congelare, costringendolo a correre nudo per la stazione per una birichinata, non per odio. Quando Artyom si svegliò, ancora per un minuto intero continuò a credere, nell’inerzia del sonno, che l’eternità non fosse ancora finita, che lui e Anya si trovassero solo a metà. Voleva chiamarla, perdonarla, metterla sul ridere. Poi si ricordò.

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A partire dal 1° settembre sarà in tutte le librerie e in ebook. 

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