Multiplayer Edizioni acquisisce i diritti dei romanzi Marvel per l'Italia

Una grande notizia che porta una ventata di ottimismo e fiducia all’interno della casa editrice Multiplayer Edizioni: l’editore ha acquisito i diritti di pubblicazione per l’Italia di ben nove importanti romanzi Marvel, dedicati ad alcuni dei personaggi più amati del colosso USA. Le pubblicazioni, in esclusiva per l’Italia inizieranno a partire da settembre 2020, mese di uscita in libreria di uno dei capitoli della saga di Avengers: The Extinction Key.

L’editore Andrea Pucci ha dichiarato in merito a questa prestigiosa acquisizione:
“Negli anni Multiplayer Edizioni ha rappresentato di volta in volta argomenti cari ai videogiocatori ed ai cinefili, da sempre pubblico di riferimento delle nostre pubblicazioni. Abbiamo sdoganato tantissimi romanzi tratti dai videogiochi, il mondo di Metro 2033, tutta la letteratura zombie (in Italia completamente trascurata dagli editori main stream) e l’universo espanso di Star Wars. Periodicamente abbiamo “sposato” una causa e l’abbiamo lasciata sicuramente più ricca e vivace di quanto l’avevamo trovata. Pensate alla letteratura di Star Wars. Quando nel 2009 incontrammo una dirigente della Lucas Films a Francoforte per trattare su un possibile accordo di pubblicazione in Italia (e Disney ancora non era apparsa all’orizzonte) l’universo espanso di Star Wars in Italia era praticamente estinto, morto sul nascere per essere sinceri.

Dal 2010 al 2018 abbiamo pubblicato oltre 35 romanzi che ci hanno tenuto compagnia in attesa dell’ultima trilogia cinematografica. Il cambiamento da Lucas a Disney per noi è stato traumatico per la gestione contrattuale allucinante e infatti pochi anni dopo abbiamo abdicato. Oggi torniamo sul luogo del misfatto con un nuovo accordo pluriennale per la pubblicazione dei romanzi Marvel in Italia. E vedo molti parallelismi con Star Wars. Oggi, come allora, l’universo cinematografico Marvel è al minimo dopo molti anni di boom, complice, ma non solo, il ritardo legato al Covid-19 e la partenza della nuova fase. Le pubblicazioni di romanzi Marvel (mal)trattate poco e a singhiozzo. Si apre quindi una nuova sfida. Vedremo come andrà a finire negli anni a venire, per ora sappiamo cosa ci attende da qui al 2022. Buona lettura a tutti!”

A seguire l’elenco dei romanzi, con relativo mese di pubblicazione (provvisorio):

  • MARVEL’S AVENGERS: THE EXTINCTION KEY – settembre 2020
  • CAPTAIN AMERICA: DARK DESIGNS – febbraio 2021
  • AVENGERS: INFINITY – aprile 2021
  • VENOM: LETHAL PROTECTOR – giugno 2021
  • SPIDER-MAN: FOREVER YOUNG – settembre 2021
  • DEADPOOL: PAWS – novembre 2021
  • X-MEN: DAYS OF FUTURE PAST – gennaio 2022
  • THANOS: DEATH SENTENCE – marzo 2022
  • MORBIUS: BLOOD TIES – da definire

Intervista a Nicola Marco Camedda

- In Anomalia, ci sono ispirazioni o rimandi più o meno volontarie ad altre grandi saghe

fantascientifiche?
In Anomalia (e nella serie Star Cluster Zero) ci sono sicuramente elementi che richiamano altre grandi
saghe fantascientifiche. In alcuni casi si tratta di un’ispirazione legata a tematiche ormai radicate
nell’attuale cultura popolare (non solo fantascientifica). In altri casi invece ho voluto esplorare alcune
tematiche seguendo il mio personale taglio interpretativo, arrivando anche al punto di capovolgere
alcuni particolari aspetti.
- A quali autori ti senti più vicino?
Diciamo che non scrivo facendo riferimento a un particolare autore inteso come modello. Almeno, non
consapevolmente ;) In fase di pianificazione butto dentro tutto ciò che influenza la mia immaginazione,
a trecentosessanta gradi. Poi man mano, limo, filtro ed elaboro in base a ciò che ho intenzione di
raccontare, e in base al mio approccio alla narrazione.
Se invece parliamo di ammirazione verso i grandi autori della Fantascienza, dico in assoluto Isaac
Asimov e Philip Dick, due geniali maestri verso cui provo uno smisurato e incondizionato senso di
rispetto e gratitudine.
 
- Quali sono i libri, film o serie tv che ti hanno influenzato?
Sono parecchie le influenze che spaziano tra i vari media. A livello letterario direi in assoluto i cicli
Asimoviani, questo per quanto concerne l’ambito più strettamente fantascientifico. Ma ovviamente non
leggo solo libri di Fantascienza. Ad esempio, per quanto riguarda le scene di azione mi piace trarre
ispirazione da generi come il noir. Amo anche leggere testi legati alla storia, mitologia, divulgazione
scientifica, sociologia, politica e i grandi classici.
I fumetti rappresentano un’altra grande fonte di ispirazione, in particolare l’universo Marvel, che seguo
fin da quando ero bambino. Spesso durante le scene d’azione mi piace fare ricorso alle espressioni
onomatopeiche. Ma al di là di questo aspetto più evidente, credo che l’opera di Stan Lee possa avere
influito anche per quanto riguarda il concetto di serialità. Fin da piccolo sono sempre stato affascinato
dall’idea di un universo narrativo fatto di collegamenti e connessioni fra grandi e piccole storie, basato
su personaggi ben delineati e approfonditi. Aspetti, quelli della serialità, che poi crescendo ho ritrovato
in forma letteraria nei cicli narrativi di Isaac Asimov.
Un peso importante poi lo occupa tutto il variegato mondo legato alla Fantascienza visuale. Al giorno
d’oggi, qualsiasi cosa leggiamo viene inevitabilmente ricondotta a immagini associate al mondo
cinematografico o televisivo. Da questo punto di vista mi sento di citare l’universo di Star Trek del
grande Gene Roddenberry, Battlestar Galactica nella versione di Donald R. Moore e poi Blade Runner,
Terminator, Alien, Matrix, Westworld, Star Wars, Essi Vivono, L’invasione degli ultracorpi… (la lista
potrebbe continuare). Come cose più recenti devo dire di apprezzare il progetto letterario/televisivo di
The Expanse, dei James A. Corey. Sono anche un accanito divoratore di film d’azione e spy (adoro il
ciclo di Bourne). Ho apprezzato anche il Trono di Spade, anche se ammetto di non aver ancora letto i
libri. Vorrei citare, quali influenze e fonti d’ispirazione, anche anime come Conan il ragazzo del futuro,
e Neon Genesis Evangelion, infine non tralascerei nemmeno alcuni videogame come Halo, Destiny,
Metro ecc.
 
- Quali sono i tuoi progetti futuri?
Al momento sto lavorando al seguito di Anomalia, vale a dire al Libro 2 della saga Star Cluster Zero.
Al termine, prima di continuare con il Libro 3, avrei intenzione di dedicarmi a qualche spin-off, sotto
forma di racconto o romanzo breve. Ho diverse idee da sviluppare riguardo ad alcune storie ambientate
a cavallo fra il Libro 1 e il Libro 2.
E infine avrei un altro progetto in cantiere, stavolta slegato dall’Ammasso Stellare Zero. Parliamo
sempre di Fantascienza, ma per molti aspetti differente da quanto ho finora scritto. Per ora non posso
dire di più ;)

Bioshock torna in libreria: da Rapture a Columbia, l'utopia continua!

Non potevamo lasciarvi andare in vacanza senza l'anteprima di questo nuovo libro della collana #culturavideoludica.

Parliamo di un saggio che si preannuncia bello e ben fatto che ripercorre tutta la storia del gioco che ci ha incantato in soli 3 capitoli.

 Sedetevi e lasciatevi trasportare in questa avventura. Ambientato nel 1960, il gioco vi mette nei panni di Jack, che sopravvive a un incidente aereo nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Per caso, egli scopre la città sottomarina di Rapture. Costruita da Andrew Ryan con l’obiettivo di creare una società utopica in cui le migliori menti del XX secolo sarebbero state completamente libere di praticare la loro arte e la loro scienza, Rapture era divenuta teatro di un sogno di breve durata.

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BioShock: da Rapture a Columbia è il nuovo libro di Nicolas Courcier e Mehdi El Kanafi, fondatori della casa editrice francese Third Editions e già autori di diverse opere dedicate al mondo dei videogame, in particolare ai franchisee di Final Fantasy, Metal Gear Solid, Dark Souls e The Legend of Zelda (in uscita entro il 2019).

Per un racconto dettagliato del contenuto, vi riportiamo alla recensione di Multiplayer.it che commenta...

BioShock: da Rapture a Columbia si pone insomma come una lettura davvero affascinante, articolata e a tratti sorprendente: un'esperienza imperdibile per chi ancora conserva un piacevole ricordo dell'opera realizzata da Irrational Games e vorrebbe ripercorrerne la genesi.

Per leggere le prime pagine, invece CLICCA QUI 

Per comprare il libro con un bello sconto e spedizione gratuita invece, andate di corsa sul nostro store, MULTIPLAYER.COM


LA LEGGENDA DI KINGDOM HEARTS - Anteprima

...Salve, lettore, e benvenuto in questo libro dedicato a Kingdom Hearts.

Perdona il tono confidenziale, ma ho deciso di usare questa premessa per stabilire un collegamento diretto tra me e te. Tranquillo, il resto sarà normale; non ci saremo né io né te. Lasceremo entrambi spazio alla star assoluta, Kingdom Hearts. Ci ritroveremo giusto ogni tanto, per fare il punto della situazione prima di proseguire. Considerato che in questo primo volume ci terremo compagnia per oltre trecento pagine, ti avverto: sono pieno di manie. Esistono cose, quindi, che non sono negoziabili. Stiliamo dunque uno statuto dell’opera. La mia visione delle cose. Nella speranza che tu possa condividerla o almeno imparare ad apprezzarla...

E' l'incipit della prefazione di LA LEGGENDA DI KINGDOM HEARTS: VOLUME I – CREAZIONE , l'inizio di un nuovo volume della collana "MULTIPOP", molto atteso dai fan della saga e riconosciuto come uno dei migliori volumi attualmente disponibili.

« La paura è l'oscura prigione della luce. Il coraggio è la chiave. » 
Tetsuya Nomura deve la sua popolarità ai personaggi che ha disegnato per la serie di Final Fantasy. Tuttavia, è molto più di un semplice character designer. Il suo coinvolgimento e la sua influenza sono tangibili nel cuore di Square Enix e persino nell’intera industria giapponese dei videogiochi.Con il tempo, è riuscito e non senza malizia, a convincere il più grande impero dell’intrattenimento mondiale, ovvero Disney, a piegarsi al suo genio per dare vita a una delle opere più significative del nostro tempo.Era davvero impossibile concentrare tutto in un unico libro e ignorare ogni minimo dettaglio della genesi di Kingdom Hearts. Il Volume I, vi racconterà tutto quello che c’è da sapere sull’origine di questa serie, unica nel suo genere.

Il libro affronta ed esplora la struttura che c'è dietro ad una saga videoludica estremamente complessa e piena di intrecci e commistioni con la cultura popolare, quella giapponese (Square Enix) e quell'immenso mondo Disney che si intreccia in una struttura narrativa sui generis.
A QUESTO LINK è possibile scaricare il prologo e una parte del primo capitolo.
Il libro è acquistabile su Multiplayer.com - LINK DIRETTO - in esclusiva fino al 12 settembre con uno sconto del 15% e spedizione gratuita. Dopo questa data, andrà come di consueto in tutte le librerie!
Buone letture ;)

 


Tom Clancy The Division Broken Dawn: l'anteprima

Inutile negarlo: l'Apocalisse non ci stanca mai.

che sia narrativa, videogioco o film: mettetela su qualsiasi prodotto di intrattenimento e ci darà soddisfazione: il fascino della fine del mondo per come lo conosciamo noi è troppo forte.

Se tutto è condito con zombie, virus e complotti  o da meditazione esistenziale, meglio ancora!

Per appagare la vostra e la nostra passione, abbiamo portato in libreria da poche ore il romanzo Tom Clancy The Division: Broken Down, da oggi disponibile online, su Multiplayer.com [LINK] e come sempre nelle librerie tradizionali.

Se avete difficoltà a prenotarlo (in libreria) scriveteci via Instagram e Facebook, vi risponderemo nel minor tempo possibile 

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Tom Clancy’s The Division: Broken Dawn, è il un nuovo romanzo ufficiale ambientato nell’universo di The Division, scritto dal pluripremiato autore, Alex Irvine.

La storia parte da alcuni elementi del primo capitolo del videogioco e li mixa con il collasso mondiale scatenato da un virus, partendo da New York e crea l'antefatto da cui poi partirà il secondo capitolo del videgame, The Division 2.

Suspense e azione sono gli ingredienti garantiti anche per un'esperienza di lettura.

Di cosa parliamo? 

Sono passati alcuni mesi dalla diffusione su scala mondiale della devastante epidemia scoppiata a New York nel giorno del Black Friday e finalmente gli Stati Uniti stanno cominciando a risorgere. È arrivata la primavera e con essa un barlume di speranza: gli abitanti si sono riuniti in insediamenti dove provano a condurre una vita migliore.

Col governo a pezzi, l'infrastruttura in frantumi e la società sempre più a rischio, la Divisione - un'unità autonoma di agenti speciali che entrano in azione solo quando non ci sono più altre soluzioni - è l'unica forza rimasta a protezione degli abitanti in un mondo nelle grinfie di predatori, ladri e aguzzini.

Aurelio Diaz è uno di quegli agenti. È un uomo d'onore e sta dando la caccia a un collega che ha inspiegabilmente disertato e causato la morte di numerosi innocenti. Questa pista lo condurrà a April Kelleher, una giovane piena di risorse che ha lasciato New York per raggiungere il Midwest: April spera di scoprire che cosa si nasconde dietro l'omicidio di suo marito e se è vero che esiste una cura per il virus.

Insieme, l'agente Diaz e April dovranno affrontare un nuovo nemico che minaccia il futuro degli Stati Uniti e proteggere l'ultima speranza dell'umanità prima che il virus distrugga completamente quello che resta del mondo.

Nota bene: il libro contiene ...

“Contenuto Bonus”: ciascuna copia del libro conterrà un codice alfanumerico che all’interno del videogioco sbloccherà un’arma speciale (Skin arma epica: Aurelio).

Il codice è valido esclusivamente per il gioco Tom Clancy’s The Division 2 per PC, Xbox One, PS4.

Scaricate e leggete la nostra prima anteprima, questo è LINK 

... e che la lettura sia con voi!

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Hirka accetterà il suo destino? Anteprima de Il Dono #3

Siamo arrivati alla fine: la storia di Hirka arriva all'epilogo con IL DONO. Da oggi è ufficialmente in libreria, l'ultimo libro della saga di Siri Pettersen, Raven Rings un ciclo fantasy che sdogana la tradizione americana e torna alle origini, dove tutto nacque, tra i racconti tramandati oralmente nel Nord Europa, dal background della mitologia vichinga.

Un finale spettacolare che esplora radici, potere e arroganza. 

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La Sinossi 

Immagina di essere un'icona per un popolo temuto; un simbolo che li stringe intorno all'odio e alla sete di vendetta. Sei la figlia di un condottiero dei nati dalle carogne, un esiliato, e il tuo destino è marcare l'inizio della fine. 

Hirka si prepara ad incontrare la casa regnante di un mondo freddo e gerarchico, dominato dal disprezzo verso i deboli. Accetta suo malgrado il proprio destino, sperando in tal modo che Rime rimarrà in vita e Ymslanda sarà al sicuro. Ma la sete dei morti dalle carogne nei confronti del Dono è infinita, e Hirka deve riconoscere che la guerra che voleva fermare è inevitabile. Questa consapevolezza presto metterà alla prova tutto ciò in cui ha creduto e per cui ha lottato. 

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Adesso non vi resta che iniziare la lettura e scaricare il PRIMO CAPITOLO qui: 

Il Dono - Primo Capitolo

Buona lettura!

 


Leggi subito World Of Warcraft Traveler: La Spirale

E' in libreria il secondo libro della saga di World Of Warcraft Traveler .

"La Spirale" riprende le avventure del dodicenne Aramar Rovin quando la sua vita viene sconvolta dal ritorno inaspettato del padre, il capitano Greydon Rovin. 

I due inizieranno una nuova avventura per mare su Azeroth e fronteggeranno nemici micidiali, come gli OCCULTI. Per fuggire proprio ad un loro attacco, Aramar e il vice capitano Makasa Veraselce si imbatteranno in terre straordinarie e meravigliose alla ricerca di risposte: da dove proviene la bussola che non segna mai il Nord e chi sono gli Occulti.

Questo secondo volume contiene bellissime illustrazioni (17) a china inedite anche rispetto alla versione americana.

 

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Ma adesso ecco a voi una bella lettura per entrare meglio in questo romanzo di formazione ambientato nel mitico mondo di World Of Warcraft 

 

CAPITOLO UNO: LA DAMA E LA FIGLIA

La luna più grande di Azeroth, la Dama Bianca, stava ormai tramontando, mentre l’altra più piccola, che chiamavano Figlia Blu, era ancora piena. Pur non essendoci un fuoco di bivacco, i due corpi celesti emanavano luce a sufficienza per il compito che stava svolgendo Aramar Rovin. Il taccuino in grembo e la piuma sgocciolante d’inchiostro in mano, Aram stava finalmente ritraendo l’unica persona che non aveva ancora disegnato su quelle pagine.

   Makasa Veraselce posava un po’ a disagio. “Non c’è bisogno che posi,” le aveva detto Aram. “L’importante è che tu non ti muova troppo.”

“Va bene. Perfetto,” aveva detto Makasa, ma poi si era irrigidita e aveva tenuto la schiena ben dritta e dolorosamente goffa. Aram era abituato a vederla irrigidirsi, ma sapeva anche che Makasa era un tipo che si sentiva estremamente a suo agio nella propria pelle, perciò era costretto a compensare personalmente quella goffaggine nel ritratto. Makasa Veraselce aveva diciassette anni ma si comportava come una donna sui trenta... o forse un comandante sulla cinquantina. Alta un metro e settanta, Makasa era snella e muscolosa, aveva la pelle scura, gli occhi castani e i capelli neri corti e scompigliati. Sulla Calcaonde li aveva tenuti sempre cortissimi in modo che seguissero la forma del suo cranio, ma ormai era un mese che stavano percorrendo l’intricata foresta pluviale di Feralas e, sebbene chiunque avrebbe pensato che Makasa portava i capelli corti, Aram conosceva bene sua sorella e sapeva che, ai suoi occhi, dovevano essere ormai “completamente fuori controllo.”

“Sorella.” A quel punto era diventato naturale considerarla tale, nonché impossibile credere che, appena un mese prima, la parola che doveva usare per definirla era pressappoco “nemica”. Ne avevano passate di tutti i colori, nel frattempo, e portavano entrambi le cicatrici – dentro e fuori – a dimostrarlo. Mentre la ritraeva tracciando linee scure e sottili intorno alla guancia sinistra e alla fronte, Aram non poté fare a meno di ripensare a quando si erano incontrati sette lunghissimi mesi prima...

 

Aramar Rovin era il figlio del capitano, salito a bordo della Calcaonde ufficialmente in qualità di mozzo ma in verità soltanto per conoscere meglio un padre che aveva abbandonato la propria famiglia quando Aram aveva sei anni. Mentre il capitano Greydon Rovin cercava di insegnare a suo figlio tutto quel che c’era da sapere sulla vita, la scherma e la flora e la fauna di Azeroth, il vice capitano Makasa Veraselce aveva ricevuto il compito di trasformare in marinaio un ragazzino di dodici anni che non solo non aveva mai navigato, ma che proprio non aveva mai visto l’oceano in vita sua. Aram – doveva ammetterlo – era stato uno studente svogliato e rancoroso. Non voleva stare con loro e non ne aveva mai fatto mistero.

            Peggio ancora, si era inavvertitamente messo in mezzo tra Greydon e Makasa, poiché quest’ultima considerava il capitano come un padre. Insomma, per usare un eufemismo, Aram e Makasa in quei sei mesi non erano andati molto d’accordo.

Mentre riproduceva i graffi sulle braccia di Makasa, Aram si domandò come se li fosse procurati. Poi passò a disegnare le sue armi: la sciabola e l’accetta appese alla cintura, il catenaccio di ferro che portava a tracolla, lo scudo – un cerchio di ferro coperto da strati su strati di cuoio in grado di assorbire gli impatti – che teneva sempre a portata di mano.

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Nell’ultimo mese era cambiato tutto. Separati tragicamente da Greydon e dalla Calcaonde, Aram e Makasa erano fuggiti con una scialuppa per ritrovarsi naufraghi in territorio ostile... e lì, alla fine, erano riusciti a trovare un’intesa. Ogni volta che lui aveva estratto il taccuino, Makasa aveva commentato: “Sarà meglio che non ci sia pure io in quel dannato libretto”.

            E Aram aveva risposto sempre nello stesso modo: “Ti giuro che ti disegnerò soltanto quando me lo chiederai tu”.

            Ovviamente Makasa non glielo aveva chiesto... fino a quel mattino, quando lo aveva sorpreso con un sorriso e aveva detto: “Potrei anche farlo. Ho sentito dire che è una bella magia”.

            “Una bella magia”. Ecco che cosa c’era tra loro due. Avevano sofferto e perduto molto entrambi, affrontando pericoli e tragedie, ma erano sopravvissuti insieme e, lungo il tragitto, non avevano soltanto fatto pace, ma anche riconosciuto il legame che li univa. In fondo si somigliavano. Erano praticamente... fratello e sorella.

Aram esitò e alzò lo sguardo. La Dama Bianca stava tramontando dietro la guglia rocciosa del Picco Celeste dove il loro amico, l’Elfo della Notte Thalyss Querciagrigia, era morto la sera precedente, dopo aver chiesto loro di fargli un’ultima promessa che li aveva rivitalizzati.

Makasa si mosse per la prima volta. Seguì lo sguardo di Aram e si gettò un’occhiata alle spalle. Nonostante avessero lasciato la cima di Picco Celeste il giorno prima, potevano ancora scorgere la cascata che scintillava alla luce della Figlia Blu. Quella mattina avevano seppellito Thalyss proprio ai suoi piedi. Makasa si voltò verso Aram e annuì tristemente, intuendo che cosa stesse pensando il ragazzo. Distratta dal dover stare in posa, Makasa era tornata se stessa, così Aram si affrettò a ritrarre quello sguardo compassionevole che aveva tanto faticato a ottenere.

Makasa non aveva avuto né il tempo né l’opportunità di conoscere Thalyss e affezionarsi a lui come aveva fatto Aram, ma questo non aveva importanza, perché sapeva perfettamente come si sentiva il giovane. Il Kaldorei aveva sacrificato la vita secolare per salvare il fratello, proteggendolo col proprio corpo dai due dardi scoccati per uccidere Aram: agli occhi di Makasa, ciò aveva reso l’Elfo della Notte un amico, un compatriota e un eroe.

Aram avvertiva l’assenza di Thalyss più intimamente, poiché la compagnia di quel saggio Elfo della Notte, che trovava un lato divertente in ogni cosa, aveva finito col riempire il vuoto che si era formato con la morte di suo padre. Adesso Aram aveva perduto sia Greydon sia Querciagrigia. Non li hai perduti, avrebbe detto Makasa. Sono morti. Morti. Affronta la questione, non girarci intorno. Era una tipa tosta, quella Veraselce, sempre schietta e sincera. Col tempo Aram aveva cominciato ad apprezzare quelle qualità.

“Mrksa?” fece una strana vocina in tono speranzoso. Era stato Murky a parlare, il loro piccolo e verdognolo Murloc con la testa grande quasi quanto tutto il corpo, occhioni lucidi da rospo inclusi. Murky e l’altro compagno con cui stavano viaggiando, Codirsuta, erano appena tornati all’accampamento con la legna per il fuoco.

Makasa scosse la testa con aria spazientita. “No. Niente fuochi. Ve l’ho già detto: siamo ancora troppo vicini a Maglio Infausto. Non possiamo permettere che una colonna di fumo conduca i nemici alla nostra posizione. Credevo steste cercando qualche bacca di sbocciavento.”

“Niente bacche,” fece Codirsuta, gettando la legna che Makasa aveva rifiutato tra lei e Aram. Metà iena e metà umano, Codirsuta era un guerriero Gnoll, anche se poco più grande di un cucciolo... ma decisamente più corpulento.

Il gruppetto si guardò intorno. Si erano accampati nella radura rocciosa che affiancava un fiumiciattolo ai confini tra Millepicchi e Feralas, una densa foresta formata da alti alberi che incombevano su di loro nella penombra della notte. La legna che i due avevano raccolto, e che nessuno avrebbe usato, giaceva proprio là dove avrebbe dovuto esserci un falò, e cioè nello stesso posto in cui avrebbero cucinato e consumato la cena, se solo avessero avuto il tempo per pescare o andare a caccia. I loro quattro stomaci brontolarono praticamente all’unisono.

Aram ricordò all’improvviso di essere affamato. Parecchio affamato.

“Urum n Mrksa mlgggrrr. Murky n Codrsta mlgggrrr. Murky mrrugl amci mmgr mmm mmmm flllurlok, nrk nk mgrrrrl. Nk mgrrrrl!” disse Murky.

Makasa lo guardò socchiudendo gli occhi, quindi scoccò ad Aram uno sguardo interrogativo.

L’altro si strinse nelle spalle. “Non lo so. Credo di aver capito qualche parola. So che io sono Urum e tu Mrksa...”

“Mrksa,” lo corresse Murky.

“Codirsuta è Codrsta,” intervenne Codirsuta.

“E che noi siamo i suoi ammrici. Amici. Però non capisco il resto.”

Murky scosse la testa e ripeté: “Nk mgrrrl, nk mgrrrl...” altre tre o quattro volte. Il suo stomaco gorgogliava ogni volta, come a voler sottolineare le sue proteste.

Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo mangiato qualcosa? si domandò Aram. Tre giorni fa? E nel frattempo ne erano successe di tutti i colori: avevano marciato senza tregua e combattuto come gladiatori e corso a perdifiato. Aram sapeva che, a quel punto, non gli restava che nutrirsi di radici. Era una situazione disperata, ma per qualche strana ragione Aram non si sentiva così bene da settimane. Forse addirittura mesi. Lo stomaco gli doleva, eppure si sentiva in pace. Sì, stavano morendo di fame e i loro nemici li stavano braccando, tuttavia erano molto lontani e, dato che Aram e i suoi amici erano fuggiti per via aerea in groppa a una viverna, avevano soltanto una vaga idea di dove stessero andando, senza contare che non potevano seguire in alcun modo le loro tracce. E così, per il momento, Aram e i suoi amici si stavano rilassando un po’ al chiaro di luna.

Una volta completato il ritratto, Aram lo firmò con una sigla arzigogolata e si rinfilò il pennino in tasca. Makasa aggrottò la fronte. Aram conosceva bene quell’espressione. “Vuoi vederlo?” le chiese.

Codirsuta e Murky si arrampicarono letteralmente l’uno sopra l’altro per ammirare l’ultima opera di Aram.

“Mmmm mrrrggkk,” tubò Murky. Aram sapeva che aveva appena detto bella magia perché glielo aveva insegnato Thalyss.

Codirsuta annuì e ripeté il complimento di Murky. “Bella magia,” disse in tono fermo.

Secondo il Murloc e lo Gnoll, la “bella magia” del taccuino di Aram non era soltanto una metafora. Per loro c’era veramente qualcosa di mistico nel modo in cui Aram riusciva a raffigurare le persone, i luoghi e le cose in cui si imbatteva. Probabilmente non sarebbe riuscito a stupirli di più neppure se avesse materializzato un grappolo di bacche di sbocciavento dal nulla.

Dal canto suo, Aram sapeva soltanto che gli piaceva disegnare. E gli piaceva pensare anche di essere piuttosto bravo. Il suo patrigno ne era altrettanto certo, tant’è che una volta aveva lavorato una settimana soltanto per regalargli quel taccuino in occasione del suo dodicesimo compleanno. Aram l'aveva considerato il suo bene più prezioso... almeno finché suo padre non gli aveva affidato la bussola e Thalyss la ghianda.

In quel momento, tuttavia, Aram non voleva pensare né all’una né all’altro: quello che voleva era che Makasa desiderasse vedere il proprio ritratto. Solo che quella non sembrava averne la minima intenzione. In effetti, Aram si era appena reso conto che non gli aveva neppure risposto.

Sentendosi improvvisamente meno sicuro di sé, le chiese: “Non vuoi vederlo?”.

Makasa aggrottò la fronte un’altra volta. “Non lo so. Secondo te?”

Aram si trattenne dal roteare gli occhi, ben sapendo che l’avrebbe soltanto fatta irritare. Invece si alzò, fece il giro del mucchio di legna e le si avvicinò. “Io spero di sì,” disse, porgendole il taccuino.

Makasa lo guardò attentamente alla luce della luna per un lunghissimo minuto. “E così io avrei questo aspetto?” chiese alla fine.

“Mrgle, mrgle,” disse Murky, e Aram sapeva che significava .

Codirsuta disse soltanto: “Makasa”. Il suo tono era definitivo.

Aram fece una smorfia. “Be’, quantomeno è così che ti vedo io,” disse. “Ti piace?”

“È troppo tenera,” rispose Makasa.

Non “Sono troppo tenera,” pensò Aram. “Lei.” “Non hai sempre questo aspetto,” disse. “Però è quello che avevi in quel momento. Tuttavia... è così che ti vedo io quando chiudo gli occhi.”

“Se davvero riesci a vedermi a occhi chiusi, allora perché mi hai fatto posare?”

“No, ecco...”

“Non è male, comunque,” concesse l’altra.

Aram pensò che stesse soltanto cercando di assecondarlo. “Non ti deve piacere per forza,” disse cercando di nascondere il proprio disappunto. Chiuse il taccuino e lo avvolse nel suo involucro impermeabile, quindi lo infilò nella tasca posteriore dei pantaloni e si rimise a sedere.

“No, è bello,” insistette Makasa in tono sempre meno convincente.

“Sei impossibile,” borbottò Aram.

Makasa sorrise, il che lo fece arrabbiare di più. “Moccioso,” lo rimbeccò l’altra.

“Chi, io?”

“Ti deprimi solo perché qualcuno non ti fa un applauso.”

“Nessuno ti ha chiesto un applauso. Sai come si fa, a proposito?”

“Io non faccio applausi. Né a te, né a nessun altro.”

“Peggio per te.” Aram scosse la testa. “Di che cos’è che stavamo parlando?”

“Di quel moccioso del mio fratellino.”

Aram la guardò in cagnesco. Makasa stava ancora sorridendo.

Poco dopo sorrise anche lui.

 

 


IL DONO - ANTEPRIMA DEL PRIMO CAPITOLO

Ve lo avevamo annunciato, e ogni promessa è debito!

Babbo Natale è passato in anticipo in redazione e ci ha lasciato una bella anteprima.

AVETE BISOGNO DI RIPASSARE LA TRAMA? --- Eccola

Qui potete leggere il primo capitolo del terzo libro della SAGA DI SIRI PETTERSEN "Il Dono".

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RITORNO DALL’ALTROMONDO

Rime corse su per il pendio, certo che nessuno potesse scorgerlo nelle tenebre. Raggiunse il crinale, si aggrappò ad una roccia e guardò giù, verso la pianura. Al posto di quella che doveva essere una spianata deserta, c’era un lungo accampamento di tende. Erano disposte in file ordinate, formando un disegno che si trovava soltanto nei luoghi dove la forza motrice era l’ordine, dove c’era qualcuno a decidere.

Un esercito.

Era troppo buio per vederne le dimensioni. Dovevano essere all’incirca duemila uomini, a giudicare dalle fiaccole. Intravvide delle orme nella neve. Un reticolato di vene nere tra una tenda e l’altra. Gli uomini si stavano radunando intorno a un fuoco da campo, proprio sotto di lui. Si muovevano con passo agile e ridevano forte. Rime riconobbe quell’atmosfera. Doveva essere la prima o la seconda serata, immaginò. Presto se ne sarebbero stati a sedere in silenzio, con le schiene ricurve. Quelli che ancora non erano morti assiderati e non si trovavano a letto, malati.

Le insegne spiovevano lungo le aste, ma lui sapeva che portavano il simbolo del Veggente. Era l’esercito di Mannfalla, raccolto ai margini dalla città. Perché? Cosa aspettavano? Quale ordine avevano ricevuto, e da chi?

Aveva ragione lei.

Damayanti gli aveva detto che li avrebbe trovati lì. Gli aveva anche detto che ciò aveva a che fare con lui, con Ravnhov. Ma i legami della donna con il Consiglio si erano interrotti alla morte di Urd; pertanto le congetture della danzatrice no valevano più di quelle di Rime stesso.

Certo, poteva trattarsi di un’esercitazione. Di spostamenti. O di disordini in seguito alla guerra…

Quelle spiegazioni non lo convincevano. L’inquietudine gli bruciava in petto. Aveva la sensazione che nulla fosse come doveva essere.

Forse era colpa dei cerchi dei corvi? Era davvero possibile spostarsi tra mondi senza sentire la terra cedere sotto i propri piedi? Era pure normale che uno provasse un senso d’insicurezza!

No. Si trattava di qualcosa di più di una sensazione. Era una certezza che gli impediva di andarsene dritto a casa. Era stato via per appena venti giorni, e in quel lasso di tempo qualcuno aveva nuovamente buttato giù dal letto i i guerrieri. La vigilanza delle mura cittadine era stata rinforzata, e molte delle guardie erano state sostituite con uomini che non aveva mai visto.

C’era qualcosa che non andava.

Doveva parlare con Jarladin.

Rime tornò correndo verso la città. La neve bagnata gli scricchiolava sotto i piedi. Si avvicinò alle mura di cinta e di lì avanzò più furtivamente, acquattato dietro i cespugli di ginepro. Quattro guardie camminavano avanti e indietro sopra la porta d’ingresso; per il resto quel muro, deserto per lunghi tratti, giaceva come un serpente grigio maculato nelle tenebre. Ritrovò il punto in cui aveva già scavalcato: era un ampliamento del muro che rendeva impossibile che lo scorgessero dalle porte.

Rime si sfilò i guanti, li scrollò per far cadere la neve e li infilò nella tasca della sacca. Poi fece appello al Dono ed iniziò ad arrampicarsi. Le piccole sporgenze delle pietre gli fornivano a stento la presa per poter salire. Si issò sul bordo, lo scavalcò e si lasciò cadere su un tetto dall’altro lato. Una tegola si staccò, e iniziò a scivolare verso il basso. Lui si gettò in avanti e fece giusto a tempo ad afferrarla prima che cadesse oltre la grondaia.

Rimase seduto in ascolto con la tegola in mano. Una porta sbatté con forza ad una certa distanza. Nel vicolo sottostante sentì frusciare qualcosa. Era un ratto. Con i denti tirava un piccione morto. Cercava di trascinarselo appresso tra le foglie ghiacciate.

Rime incastrò saldamente la tegola al suo posto e continuò a correre per i tetti, su verso Eisvaldr. Le case si susseguivano fianco a fianco lungo tutto il percorso. Fu soltanto quando ebbe quasi raggiunto la cima, non lontano dal Muro, che dovette scendere nuovamente in strada.

Il Muro di per sé non rappresentava un ostacolo: la gente era sempre circolata liberamente tra Mannfalla ed Eisvaldr. Ma la vigilanza era stata rafforzata anche lì. C’erano guardie ai lati di ogni arcata. Era un segnale che non lasciava dubbi: la paura aveva preso il sopravvento.

Rime si nascose in un vicolo alle spalle di una locanda. Da una finestra socchiusa sentì provenire una canzone. Le strofe erano un po’ da ubriachi, ma da quel lato della città perfino le note sembravano più pulite.

Si tolse lo zaino e assicurò le spade alla parte centrale in modo tale che stessero nascoste lungo la spina dorsale e non spuntassero oltre le spalle, a mo’ di dichiarazione di guerra. Si calò il cappuccio sul viso, e attraversò la piazza. Le guardie gli gettarono occhiate pigre, ma lasciarono che entrasse indisturbato ad Eisvaldr.

La sua città natale. La città del Consiglio. La città del Veggente.

Il Veggente lo aveva ucciso lui.

Quel pensiero gli portò dei ricordi: Naiell in un angolo, che soffiava come un gatto. La resistenza che il suo corpo aveva offerto alla spada. Il sangue sui piedi nudi di Hirka. L’espressione di lei, così colma di dolore, così tradita.

Io sono quello che sono.

Rime gettò uno sguardo in alto, verso il cerchio di pietre. Se ne stava lì, con quel suo aspetto falsamente innocente, come la cima di un iceberg. Le pietre erano conficcate talmente in profondità da sbucare dal soffitto di una caverna sotto Mannfalla. Era da lì che era appena uscito, nascosto agli sguardi di tutti.

Qui in superficie erano solo dei pallidi monoliti contro il cielo scuro, in cima alla scala, lì dove un tempo si trovava la sala del Rito. Lì dove lui stesso era stato, nel bel mezzo del cerchio, circondato da ogni singola anima di quella città, mentre Svarteld sanguinava a morte sul pavimento di fronte a lui. Per cosa?

Rime chinò la testa e proseguì. Aveva già buttato via tempo a sufficienza tra nostalgia e rimorso: così tanto da non volerci più pensare. Ora doveva scoprire cosa fosse successo in sua assenza.

La casa di Jarladin si trovava in alto sulla collina; era una tra le tante dimore ben curate appartenenti ai membri del Consiglio. Rime sgattaiolò su tra gli alberi da frutto, che ora in inverno erano spogli. Seguiva i sentieri per evitare di lasciare orme nella neve. Doveva rimanere non visto, per lo meno fin quando non avesse saputo con certezza che cosa stava succedendo. Scavalcò agilmente il muretto di cinta sul retro della casa. Era tardi, ma da una delle finestre del primo piano vide tremolare una luce.

La casa era un edificio sontuoso nello stile di Andrakar, con file di colonne e intagli in legno scuro. Scalarla era un gioco da ragazzi.

Rime si issò su di un tetto spiovente e strisciò lungo il bordo fino a raggiungere la finestra. Appoggiò la mano sul vetro, e lasciò che il gelo si sciogliesse a contatto con la sua pelle così da porterci guardare dentro.

Jarladin era solo nella stanza. Sedeva su di uno sgabello imbottito e fissava il caminetto, come se aspettasse che le fiamme si spegnessero, per quella sera. Tra le mani rigirava un bicchiere vuoto. Aveva la schiena curva. Rime era consapevole e si crucciava di essere tra i motivi che angosciavano il consigliere: si era dileguato senza preavviso né spiegazioni.

Lottò contro l’impulso di scendere di nuovo giù, di continuare ad essere uno scomparso. Un’ombra nera in quella notte d’inverno. C’era mai stato un tempo in cui il suo posto era stato dentro una casa, al caldo?

Fai ciò che è necessario.

Rime si gettò un’occhiata alle spalle, accertandosi di essere solo. Poi bussò per tre volte sul vetro. Jarladin sobbalzò. Gli cadde in terra il bicchiere, senza però che si rompesse. Fissò la finestra e si avvicinò. Strinse gli occhi, irrigidendo le spalle. Poi lo riconobbe, e spalancò gli occhi per l’incredulità. Cominciò ad armeggiare con i fermi della finestra.

Rime si spostò dal lato giusto. Jarladin spalancò la finestra e lo afferrò come se stesse per cadere. Poi lo aiutò ad entrare nella stanza e lo attirò a sé. Rime fu immobilizzato in quell’abbraccio da orso, affogò in quel calore.

Poi il Consigliere lo allontanò, e tenendolo ad una spanna da sé lo ispezionò con lo sguardo. Gli poggiò una mano in testa; gli afferrò i capelli come per tirarglieli, ma non lo fece. I suoi occhi divennero lucidi. Rime si irrigidì, ben sapendo che quel calore sarebbe durato poco. Il viso di Jarladin rivelava che un cambiamento era già in atto: quella gioia profonda si trasformò in perplessità.

«Dove sei stato?», biascicò.

Rime si allontanò e chiuse la finestra senza rispondere.

«Dove sei stato?!». La sua voce si incrinò, come se sapesse che stava per apprendere qualcosa di doloroso.

Rime gettò un’occhiata ad una poltrona vicino al caminetto. Avrebbe voluto poterci sprofondare dentro. Riposare. Dormire, ma senza sognare. E invece doveva giustificarsi, cercare di spiegare l’inspiegabile.

«Non mi crederesti se te lo raccontassi», disse.

«Dove sei stato, Rime An-Elderin?». Ormai la rabbia covava sotto le ceneri. Nell’aria c’era una tacita minaccia.  Jarladin esigeva una spiegazione, e doveva essere anche valida. Forse aveva creduto che Rime fosse morto, ma quella reazione rivelava una disperazione più profonda.

Rime trovò la forza di domandare: «Che cosa è successo?»

«Che cosa è successo?». Jarladin ripeté quelle parole come se racchiudessero in sé tutta la stoltezza del mondo. «Che cos’è successo?! Hai ucciso in duello il tuo stesso maestro e poi sei sparito! Ecco cos’è successo! C’era tutta Mannfalla, ma da allora nessuno ti ha più visto. Io pensavo riposassi all’Altromondo, Rime! Che Darkdaggar ti avesse ucciso, alla fine. Pensavo…».

Rime distolse lo sguardo. Voleva evitare gli occhi di Jarladin. Ma non servì a molto, perché il consigliere lo fissava anche da un ritratto alla parete. Lui e il resto della sua famiglia, da cornici dorate. Ovunque si girasse, qualcuno lo guardava. Era un estraneo infreddolito dentro una stanza calda. Una stanza che ricordava Ravnhov, con il caminetto di pietra e le travi sul soffitto. Accogliente, ma non per lui.

«E gli altri? Che cosa hanno pensato?».

Jarladin spalancò le braccia. «Tu che dici? Le spiegazioni sono state le più assurde e disparate. Che Kolkagga ti avesse ucciso per vendicare Svarteld; che Ravnhov ti avesse arso vivo; che tu fossi andato ad annegarti nell’Ora, e ancora meglio: che lo stesso Consiglio ti avesse tolto la vita. Era diventato un tormentone nelle taverne, come se non avessimo abbastanza problemi! Rime An-Elderin sparito dopo un duello e le accuse di omicidio. La tua assenza ci ha avvelenati, che cosa immaginavi?! Tu eri il portatore del corvo!».

Jarladin afferrò un altro bicchiere da un vassoio sul tavolo. Fece per versarvi qualcosa da una bottiglia, ma era vuota: non ne uscì nulla. Le nocche delle sue mani, strette intorno al collo della bottiglia, divennero bianche.

«I cani si sono scagliati gli uni contro gli altri. Le famiglie si sospettavano a vicenda, naturalmente. Ovunque si sentiva il fetore di vecchie ingiustizie. E dunque adesso coltivano delle alleanze, si comprano delle guardie, costruiscono i propri eserciti privati e pensano di farlo in segreto, ma qualsiasi idiota capisce che i soldi da Mannfalla stanno scorrendo verso le province. Tutto il mondo sa che il Consiglio sta per andare in frantumi. Presto vedremo i regni muoversi guerra a vicenda, ecco che cos’è successo, ragazzo! Grazie per avermelo chiesto!».

Rime si sedette sullo sgabello e si passò una mano sul viso.

Ecco perché quei guerrieri si trovavano alle porte della città: erano diretti verso altre province. Erano un dono, per rafforzare delle alleanze. Una compravendita di lealtà…

Dei brutti segnali, ma non c’era nulla cui non si potesse porre rimedio. C’era ancora speranza. C’erano ancora dei seggi vuoti nel Consiglio: quello di Urd, quello di Darkdaggar. Si doveva poterli utilizzare per creare stabilità.

«C’è stato qualcuno che abbia rivendicato il posto di Darkdaggar?».

Jarladin soffocò una risata. La verità solcò il suo viso come fosse una cicatrice.

Rime si alzò in piedi. Sentì il freddo scorrergli sotto la pelle. «Lo occupa ancora lui?».

La sua domanda non ricevette risposta. Rime alzò la voce. «Ha cercato di uccidermi e siede ancora al suo posto?».

«Tu non eri qui!», sibilò Jarladin. «Tu non eri qui ad eseguire una qualsivoglia sentenza. Darkdaggar ha sostenuto di aver agito per legittima difesa. Ha detto che tu lo avevi cercato nella sua casa di famiglia, e che c’eri andato senza essere stato invitato, minacciandolo. Lui non aveva nulla da perdere, Rime. Nulla. Dunque ha giocato tutte le sue carte. Ha dato la colpa a Ravnhov. In fondo era lì che ti trovavi durante questo tentativo di omicidio. E il Consiglio gli ha creduto. Hanno fatto finta di credergli. Perché ci volevano credere!  Perché avevano bisogno di lui. E perché tu per loro sei stato un pericolo ambulante fin da quando sei diventato portatore del Corvo. La maggior parte di coloro che siedono intorno al tavolo ti ucciderebbero con le proprie mani, se avessero qualche speranza di riuscita. E dunque sì, Darkdaggar ha ancora il suo seggio. Se tu avessi lasciato in vita il sicario, avremmo almeno avuto un testimone».

Rime appoggiò la schiena alla parete e chiuse gli occhi. Rise sarcastico. «Sembra di sentire lei. Vivi e lascia vivere, giusto? Pensi davvero che Darkdaggar gli avrebbe permesso di testimoniare? Quell’uomo era già morto dal momento stesso in cui aveva accettato quell’incarico!».

   La rabbia ha un prezzo. Concentrati sulle cose che puoi cambiare. 

Per un attimo pensò si trattasse di una frase di Svarteld, ma quelle parole erano di Ilume, la madre di sua madre. Un sussurro dall’Altromondo. E un duro promemoria del fatto che la politica non era mai stata il suo forte.

Guardò Jarladin, il bue dalla barba bianca. Il fuoco tingeva di rosso metà del suo viso. Il resto era in ombra, come se con un piede si trovasse già all’Altromondo.

«Ora sono qui», disse Rime. «Al danno si può rimediare. Abbiamo molte possibilità: possiamo…»

«Rime… il Consiglio aveva soltanto un sogno, ed era quello di liberarsi di te. E l’hai esaudito tu stesso. È finita. Non ti riaccetteranno mai. È di nuovo Eir a portare il bastone. Io pensavo che gli àuguri e il popolo avrebbero protestato, ma nessuno ha fatto la men che minima rimostranza. Hanno sentito che avevi promesso un seggio a Ravnhov. Hanno sentito che il loro capo alla fine ti ha ucciso perché non hai mantenuto la parola data. Darkdaggar ti ha infangato molto abilmente: hai perso la ragione. Hai ucciso un bambino innocente a Reikavik. Un bambino».

Quelle parole colpirono Rime. Riaprirono la ferita dei ricordi. Il villaggio sul fiume. Avevano creduto che fossero nábyrn, nati dalle carogne. Ma tutto ciò che avevano trovato era un orso ferito in uno scantinato. Il bambino… il corpo magrolino appoggiato alla parete. I capelli rossi. Gli occhi di un morto. Ricordò l’uomo che lo aveva ucciso, in ginocchio davanti a sé. E ricordò il sapore della propria furia. Malgrado ciò, aveva esitato. Era stato Svarteld a farlo. Svarteld, che aveva sacrificato la propria vita per insegnargli a portare a termine le cose.

Rime afferrò Jarladin per un braccio. «Tu sai cos’è successo, Jarladin! Io non ho mai… io non avrei mai…».

Rime incrociò il suo sguardo e capì.

Che lui avesse ucciso o meno era totalmente irrilevante. Svarteld era l’unico che era stato con lui in quella casa, e non poteva più testimoniare. Neanche lui.

Rime si accasciò nuovamente sullo sgabello. Aveva dimenticato ciò che lui stesso aveva spiegato a Hirka: la verità per il Consiglio non contava nulla, se era inutile. Sembrava passata un’eternità, da quella volta.

Jarladin gli si avvicinò. Incombeva su di lui con quella sua stazza bovina.

«Allora raccontami, Rime… dove sei stato?».

Rime provò un senso di pesantezza, come se una palude di ingiustizia, di morti, lo stesse risucchiando. I suoi pensieri erano offuscati, come se avesse bevuto. Come se nulla più fosse reale.

In fondo al cuore sapeva di aver ottenuto qualcosa. Qualcosa di importante, e che valeva tutto ciò. Sarebbe sembrato un delirio, ma doveva raccontarlo.

«Sono stato da lei», iniziò. «Dai menskr. Ho trovato dei fratelli, dei nati dalle carogne, vecchi quanto il Dono. Dei nábyrn che ancora ricordano la guerra. Uno di loro è suo padre. Lei è un’Orba a metà, Jarladin. Mezza menskr, mezza nata da una carogna. È la figlia di un condottiero in esilio. E poi ho trovato lui. Il Veggente…».

Jarladin si passò la mano sul mento. Un gesto rivelatore. Rime sapeva cosa stesse pensando: che il Consiglio aveva ragione. Che Rime An-Elderin, figlio del figlio di Ilume, aveva perso il ben dell’intelletto. Che gli aveva dato di volta il cervello. Che era malato di mente.

Rime alzò gli occhi e lo guardò. «Esisteva, Jarladin! Il Veggente esisteva».

Jarladin incrociò le braccia sul petto. «E dunque che cos’hai fatto quando l’hai incontrato?».

Rime si sentiva paralizzato. «L’ho ucciso».

«Hai trovato il Veggente, e l’hai ucciso?».

Rime annuì. Fissava il caminetto. Le fiamme si erano spente. Braci ardenti danzavano sulla legna carbonizzata. Avrebbe dovuto provare una sensazione diversa al posto di quel vuoto.

«Dunque hai sconfitto il tuo stesso fantasma. L’hai seguita non si sa bene dove, e ora sei tornato e credi che il mondo sia rimasto immobile. Che nulla di ciò che hai fatto abbia avuto conseguenze. Come se non avessimo tutti quanti i nostri fantasmi contro i quali lottare».

Rime si alzò. «Tu pensi che mi immagini delle cose…».

Jarladin gli puntò il dito contro. «Io ho fatto tutto ciò che era in mio potere per proteggerti! TUTTO! Avevi un solo amico intorno a quel tavolo, e sei sparito! Senza una sola parola! Io ti ho difeso. Io…». Si interruppe da solo. Inclinò la testa da un lato, fissando qualcosa con incredulità crescente. Il suo sguardo cercava ciò che Rime sapeva non avrebbe mai trovato: la sua coda.

Nessuna spiegazione sarebbe servita. Tra di loro si era aperto un abisso. Le sue pareti erano troppo ripide, e Rime non avrebbe potuto vincere. Non quella sera.

Il consigliere impallidì. Arretrò. La sua reazione provocò in Rime un inquietante appagamento, come se all’improvviso avesse riacquistato il suo potere. Il privilegio di essere pieno d’ira.

Rime gli si avvicinò. Jarladin piegò all’indietro il busto. Cercò di frapporre una distanza tra di loro, come se stesse parlando con un appestato. E forse era così.

   Sono io, il marciume. Non lei.

Rime gli sussurrò all’orecchio: «Me la sono mozzata io. Sono diventato un senzacoda. Un menskr. E pensi che l’abbia fatto perché sono folle? Perché sono triste? L’ho fatto perché ho dovuto. Tu parli di una guerra imminente. Ricchi contro ricchi, un Consiglio spaccato: pensi che non possa andare ancora peggio? Ti posso raccontare cose che ti faranno gelare il sangue, Jarladin. Uno scontro tra regni è uno scherzo di fronte a ciò che succederà. Prova a fermare uno scontro tra mondi. È contro quello che sto lottando».

Jarladin si girò da un’altra parte. «Tu stai seguendo lei: tutto qui». Dal tono non sembrava convinto.

«Non più. È finita. Come tutto il resto». Rime si sentì trafitto dalle proprie parole. Un dolore improvviso e inaspettato che lo costrinse a voltare le spalle al consigliere. Aprì la porta e saltò sul davanzale. Rimase accucciato come per ricomporsi prima di girarsi nuovamente.

«Non sapevo chi avrei trovato qui, Jarladin: un amico o un nemico. Ma so chi è Darkdaggar. So di che cosa è capace quando è sotto pressione, e devi mettere in conto che ti stia tenendo d’occhio».

«Pensi di poter leggere il pensiero dei membri del Consiglio, Rime? Tu che non sei mai stato adatto a questo ruolo?»

«Penso di poter leggere il pensiero di un assassino».

Jarladin arretrò di un passo. Il suo piede sfiorò il bicchiere che gli era caduto per terra, che si divise in due: evidentemente si era rotto già prima.

«Tu qui non sei al sicuro, Jarladin: né tu, né la tua famiglia. Hai pochi amici nel Consiglio, e Darkdaggar è un uomo pericoloso. È possibile che dobbiate abbandonare Mannfalla».

«Mai».

Rime si era aspettato quella reazione. «Allora almeno promettimi di tenere unito il Consiglio ancora per un po’».

«Vuoi che lo tenga unito? Un Consiglio che tu hai cercato con tutte le forze di distruggere?».

Rime avrebbe potuto sorridere di quell’ironia, se si fosse trattato di un altro giorno. «Sì. Voglio che tu li tenga uniti. Perché adesso so qual è l’alternativa, chi potrebb’essere il suo successore, e ciò non piacerebbe a nessuno di noi due».

Si alzò in piedi sul davanzale e si preparò a saltare.

«Tu hai reso loro la vita facile», disse Jarladin alle sue spalle. «Prima non avrebbero mai osato ucciderti. Avrebbero temuto un’insurrezione popolare. Oppure ancora peggio, una rivolta da parte di Kolkagga. Ma ormai non hanno bisogno di temere nessuna delle due cose. Per loro sei morto, Rime».

«E continuerò ad esserlo». Rime fece appello al Dono, e spiccò un balzo nella notte fredda.

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Occhi aperti sulle novità della settimana nera!

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nel delirio della settimana più frenetica dell'anno, non potevamo non darvi qualche gioia!

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Anteprima - Lara Croft e la Lama di Gwynnever

Il secondo capitolo della saga cartacea dedicata a Tomb Raider  arriverà in libreria il  18 novembre! Intanto vi anticipiamo un piccolo estratto del romanzo.

Lara Croft e la lama di Gwynnever di Dan Abnett e Nik Vincent

Prefazione

Nel 2016 abbiamo festeggiato i 20 anni di Tomb Raider. Il franchise ha sempre ruotato intorno al desiderio di scoperta, al brivido dell’ignoto e alla promessa di avventura. Al centro c’è l’iconica Lara Croft, e vederla protagonista di un nuovo romanzo è stato un modo di festeggiarla che ci ha reso felici.

Quando abbiamo avuto l’opportunità di lavorare con Dan e Nik una seconda volta, l’abbiamo colta al volo. Il risultato che hanno raggiunto con Tomb Raider – I diecimila immortali ha dimostrato la loro comprensione del nostro amato personaggio e la capacità di rappresentarlo fedelmente, seppure in una forma nuova. Sapevamo che la loro ambizione era di creare una trama perfetta per lei.

Certo, non gli abbiamo reso le cose troppo facili. Dan e Nik, ormai, si erano abituati alla nuova versione “survival-action” di Tomb Raider, ma quando abbiamo iniziato a delineare il secondo romanzo, abbiamo capito che volevamo celebrasse il traguardo dei 20 anni. Quindi, abbiamo chiesto agli autori di cambiare marcia per offrire un’esperienza più nostalgica, che portasse i fan in giro per il mondo, e fosse piena di azione, intrighi e forze ultraterrene. Alla guida, doveva esserci quella Lara Croft sicura di sé e armata di doppia pistola che ha la battuta pronta davanti a ogni situazione pericolosa. Scrivere un romanzo come questo richiedeva un tono e uno stile del tutto diversi. Ancora più importante, richiedeva una profonda conoscenza dei tratti che distinguono le due versioni di Lara e delle qualità fondamentali che condividono.

La buona notizia è che questo romanzo ha imposto meno restrizioni rispetto al precedente, dato che era pensato come un’avventura piuttosto autonoma. Dan e Nik non dovevano tenere conto di specifici fatti precedenti, né avevano bisogno di assicurarsi che Lara arrivasse a un determinato punto. Il che offriva di certo libertà creativa, ma significava anche che, potenzialmente, c’era molto più margine per finire fuori rotta. A volte avere troppe opzioni può essere complicato quanto averne troppo poche. Tuttavia, Dan e Nik si erano guadagnati la nostra fiducia ed eravamo entusiasti all’idea di vedere dove avrebbero portato Lara, vista la strada che si apriva davanti a loro.

Di certo non ci hanno deluso.

Dan e Nik hanno affrontato con successo entrambi i lati dell’universo di Tomb Raider: il moderno e il nostalgico. Hanno realizzato due avventure distinte ma ugualmente di alta qualità per la nostra archeologa preferita, mostrandola prima come una giovane donna relativamente inesperta che fa i conti con le conseguenze di una prova di sopravvivenza traumatica, e poi come un’avventuriera sicura di sé e giramondo che affronta gli ostacoli che la vita la para davanti con un paio di pistole spianate. Non era un’impresa da poco, anzi, era una testimonianza della passione e della fatica che entrambi hanno dedicato a questa nuova avventura.

Come sempre, il team di Crystal Dynamics dedica questo libro ai fan di tutto il mondo, molti dei quali accompagnano il franchise Tomb Raider dal suo debutto 20 anni fa. A quei fan di vecchia data – così come ai nuovi – vanno i nostri ringraziamenti per l’incredibile supporto. Speriamo che vi piaccia l’avventura che state per intraprendere con Lara Croft.

 

Rich Briggs

Brand Director di Crystal Dynamics

PROLOGO: IL CUORE DI SERENDIP

Sud-ovest dello Sri Lanka

Tapyantore: era questo il nome del tempio in rovina e della gola che lo ospitava nella foresta pluviale. Significava “morte verde”, in una lingua ormai perduta da 1500 anni.

Lara Croft era del tutto sicura che quel luogo fosse pronto per dimostrarsi all’altezza del suo nome.

Quattrocento metri sotto i suoi piedi che scalciavano nel vuoto, c’era la fitta chioma della foresta pluviale avvolta nella bruma. La caduta avrebbe potuto spezzarle il collo e le ossa di braccia e gambe. I rami e le liane le avrebbero lacerato le membra. Il legno in pezzi l’avrebbe trafitta. E se tutto ciò non fosse bastato a ucciderla, il suolo al di sotto della vegetazione avrebbe fatto il resto.

Sopra di lei, la corda da arrampicata – in acciaio da 20 mm rivestito di nylon – era tesa come la fune di un impiccato. Tra Lara e il ponte di Tapyantore avvolto dai rampicanti – una passerella di pietra che collegava la parete orientale della gola al pilastro roccioso dell’antico tempio – c’erano sei metri di corda tesa, sfilacciati giusto nel mezzo. Nonostante il sudore le finisse negli occhi, riusciva a vedere le fibre robuste del cavo che si separavano – una a una – sotto il peso del suo corpo penzoloni.

Solo mantenendo la presa sarebbe riuscita a evitare un tuffo nella foresta, e grazie a un cappio che la caduta aveva stretto come un laccio emostatico attorno al suo polso sinistro. La presa di Lara era così disperata da farle sanguinare i palmi delle mani.

Quanto tempo aveva? Sarebbe passato un minuto prima che le ultime fibre si spezzassero? Ancora meno? Al suo posto, qualcun altro avrebbe preso in considerazione l’idea di mollare la presa e cadere – con arrendevole grazia – in seno alla giungla, le braccia spalancate in segno d’accettazione. Non Lara Croft.

Per qualsiasi archeologo normale sarebbe stata una morte dignitosa: perire in uno degli antichi e sperduti angoli del mondo che aveva dedicato la vita a esplorare. La giungla eterna lo avrebbe abbracciato e avvolto. Le foglie gli avrebbero fatto da sudario, il suo corpo sarebbe rimasto lì a giacere – senza essere pianto né segnato da una lapide – e si sarebbe rapidamente decomposto, ritornando alla terra – nel grande ciclo – per alimentare la vigorosa crescita della foresta. Tapyantore avrebbe trasformato un uomo simile in uno dei suoi segreti. Ma non lei. Lara Croft non era un’archeologa qualunque.

L’unica reazione adatta alla sua personalità era combattere. Non era mai tanto viva come quando si trovava di fronte alle avversità e al pericolo. L’adrenalina era sua amica, era la sua droga.
Lara Croft non aveva mai lasciato andare nessuna ancora di salvezza, metaforica o meno. Era una combattente nata. Magari in futuro i rischi di una vita spinta al limite avrebbero avuto la meglio, ma quel giorno avrebbe lottato. E avrebbe vinto.

Faceva caldo: uno stupido caldo accompagnato da un’umidità mortale. L’aria sembrava una minestra, e lo sforzo estremo della lotta la rendeva ancora più bollente. La maglietta e i pantaloni cargo di Lara erano zuppi di sudore e pioggia. I calzini negli stivali militari erano fradici. Persino il suo vecchio bomber in pelle sembrava impregnato di umidità.

Lara respirava a fatica. Il sudore le scorreva lungo il viso e la schiena, colava lungo le braccia e sotto le maniche. Bagnava anche i palmi delle mani, bruciando la pelle dove il sudore salato toccava le lacerazioni prodotte dalla corda.

“Sarap!”, urlò. Aveva la voce rauca. “Sarap, per l’amor di Dio!”

Sarap apparve sull’antico ponte di pietra sopra di lei e scrutò attraverso la fronda di liana e caprifoglio. Era un avventuriero cingalese, di circa quarantacinque anni. Nei sei giorni in cui – insieme a due compagni – aveva guidato Lara attraverso le foreste pluviali del sud-ovest dello Sri Lanka per trovare la gola di Tapyantore, erano diventati amici.

O così aveva creduto.

A metà del ponte rialzato, con un sorriso triste e le scuse più educate, si era voltato e l’aveva spinta oltre il bordo.

“Tirami su!”, gli ordinò Lara.

Lui scrollò le spalle tristemente.

“Mi dispiace”, le rispose.

“Sarap! Bastardo! Tirami su!”

C’era una possibilità che, se fosse stata abbastanza autoritaria – e Lara poteva essere molto autoritaria – lui avrebbe potuto semplicemente decidere di aiutarla. D’altra parte, era stato lui a buttarla giù dal ponte. Doveva avere un motivo, e anche buono.

Nella caduta, il suo addestramento aveva preso il controllo e le vecchie abitudini l’avevano salvata da una morte istantanea. Avevano assicurato la corda da arrampicata al bordo del sottile e precario arco di pietra. La struttura era rivestita da una vegetazione fitta e umida. Mentre l’attraversavano, Lara si era avvolta la corda attorno al polso sinistro, un’abitudine da arrampicatrice esperta. Quando Sarap l’aveva spinta, il cappio l’aveva presa al volo, strappandole quasi il braccio, ma lei aveva resistito, abbandonandosi alla caduta, rilassata.

Aveva pensato che fosse solo uno stupido incidente. Aveva urlato.

Poi, mentre penzolava appesa alla corda, aveva visto Sarap tutto deluso che tirava fuori il suo pugnale piha kaetta. Si era chinato e, pazientemente, si era messo a segare il cavo ultra resistente con il filo della lama.

La corda si era lacerata con uno schiocco, e Lara era caduta di nuovo, oscillando sotto l’antico ponte come un pendolo. Ormai, solo una cima della corda era legata.

Aveva visto di nuovo Sarap restare deluso, e accingersi a tagliare l’altra estremità.

Poi il suo smartphone aveva suonato.

La suoneria era la colonna sonora di un film d’azione: un accompagnamento inquietante e drammatico per l’ultima avventura di Lara. Quanta ironia.

Quel maledetto telefono. Sarap ne era così orgoglioso. Non faceva altro che vantarsi delle sue funzioni e app, e chattare senza sosta con gli amici e le ragazze mentre attraversavano le radure della foresta pluviale rischiarate dai raggi obliqui del sole.

Ormai Lara aveva capito che, per tutto quel tempo, si era tenuto in contatto con qualcuno di cui lei avrebbe dovuto sapere. Questo era il suo motivo per spingerla.

“Qualsiasi cifra ti paghino”, urlò Lara, “non ti sembrerà abbastanza quando ti avrò fatto il culo, Sarap!”

“È abbastanza”, le gridò lui, con la voce cantilenante che fluttuava attraverso l’aria umida. “E non uscirai mai viva da lì, quindi il mio culo starà più che bene, grazie”.

Il denaro era sempre un ottimo argomento. A Sarap piacevano gli accessori costosi. Gli piaceva la tecnologia. Se si parlava di soldi, ascoltava volentieri. Era un mercenario: in fondo era per questo che Lara lo aveva assunto.

“Raddoppio!”, urlò Lara. “Posso uscire da qui e farti il culo. Oppure possiamo trovare un modo più semplice. Dammi una mano e ti pagherò il doppio”.

“Onestamente, mi piacerebbe dirti di sì”, replicò Sarap, “ma secondo me sei così arrabbiata che mi uccideresti comunque, se ti tirassi su. E nessuna ricompensa in denaro vale la pena, lascia che te lo dica”.

“Raddoppio!”, ringhiò lei. Il dolore al polso, alla spalla e alle mani era quasi insopportabile. Si concentrò prima sulla soluzione più semplice. “Il doppio e nessuna domanda! Tirami su, e dimenticheremo questo malinteso come se non fosse mai successo!”

“Malinteso…”, le fece eco Sarap. “Mi piace questa parola. È conciliante”. Ci stava pensando su: l’idea le restituì un po’ di forza; magari sarebbe stato facile, dopotutto.

“Il cuore di Serendip è molto prezioso”, gridò Lara. “Capisco che la gente lo desideri tanto”.

“Effettivamente”, rispose lui.

“Chi ti ha fatto l’offerta migliore, Sarap?”, gridò Lara. “Chi è stato?”

Il suo desiderio di combattere e il suo senso della giustizia avevano avuto la meglio. Se ne pentì subito. Come strategia psicologica, era un errore da dilettante. Sarap era un mercenario, ma non gli piaceva che gli venisse ricordato. E lei aveva appena detto che la stava facendo fuori per profitto. Aveva offeso la sua dignità e il suo contorto senso dell’onore.

Sopra di lei, Lara vide il viso di Sarap che si adombrava – infastidito – e si ritirava dalla vista.

Dannazione!

Sentì la sua voce che arrivava dall’alto. Stava parlando con gli altri due, Putra e Bapanni? Magari loro erano sconcertati dalle sue azioni? Non era possibile. Dovevano essere d’accordo: Sarap gli avrebbe dato una fetta. Erano i suoi uomini.

No, stava di nuovo parlando al telefono.

“Pronto? Pronto? Sì, io… No, per favore puoi ripetere? Ho detto: ‘puoi ripetere’, per favore. La ricezione qui è pessima”.

Silenzio.

Lara valutò la situazione. L’effetto della caduta la stava ancora facendo muovere pigramente in cerchio sotto il ponte. Okay, quindi bisognava uscirne nel modo più difficile. Fletté le braccia per aumentare l’oscillazione. Doveva solo dondolarsi abbastanza vicino alla parete della gola, o alla ripida facciata del pilastro del tempio. Doveva solo dare all’oscillazione il ritmo che serviva per saltare al momento giusto… Poi doveva atterrare abbastanza bene da afferrare una sporgenza…

Tre variabili: l’arco dell’oscillazione, il tempismo e l’atterraggio. Dipendeva solo dal suo corpo e dai suoi calcoli. Bene.

Continuò a dondolarsi, muovendo le braccia e pedalando con le gambe come in una lezione di spinning da incubo. Guadagnò un certo slancio, aumentando l’arco dell’oscillazione.

Poi sentì la suoneria. Il tema epico di quel dannato film.

“Pronto? Sì, è caduta la linea. Allora, la situazione è questa. Capisco. Beh, direi tre volte di più. Sì. Allora va bene. Arrivederci”.

Sarap riapparve. Sorrideva.

“Sono terribilmente dispiaciuto”, disse. “Hanno alzato la loro offerta”.

Si chinò con il suo piha kaetta e cominciò a segare la corda.

Dondolando sempre più forte, Lara disse: “Certo, quando sei un bastardo mercenario, resti sempre un bastardo mercenario”. Non aveva intenzione di lasciare che Sarap le rovinasse la concentrazione. Chissà se l’aveva sentita? Non lo sapeva e le importava ancora meno.

Poco prima Sarap non si era offeso: aveva usato l’offerta di Lara per spuntare una tariffa migliore. Bene, aveva ancora la possibilità di fargli il culo.

“Il tuo modo di parlare non è molto educato”, le disse, accanendosi sulla corda con urgenza. “Mi sarei aspettato delle maniere migliori da una raffinata signora di buona famiglia come te”.

Allora l’aveva sentita.

“Se pensi che le mie parole non siano educate, aspetta di sentire i miei pugni!”, replicò Lara. Oscillava sempre più forte, ma era ancora lontana dalla parete della gola o dalla facciata del pilastro.

Tuttavia, l’impegno con cui Sarap segava le era d’aiuto: tendendo la corda rendeva più ampio il suo arco.

Vide di fronte a sé la facciata di pietra coperta di rampicanti del pilastro del tempio, ma poi si ritrovò di nuovo ad allontanarsi prima di riuscire ad allungare la mano e trovare un appiglio, dondolando dalla parte opposta. Adesso, la parete della gola veniva verso di lei. Lara tese la mano destra, si allungò, afferrò, ma rimase a stringere solo una manciata di foglie strappate e viticci.

Sarap aveva quasi finito. Lara poteva sentire la corda che cedeva. La ripida facciata di pietra del tempio si precipitava verso di lei. Non aveva scelta. Non poteva aspettare un’opportunità migliore.

La lama stava segando la corda, che alla fine si spezzò con uno schiocco, forte come un colpo di pistola.

Lara si lanciò – braccia e gambe tese – allungandosi, tendendosi, afferrando…

Colpì la parete di pietra con una forza inaudita.

L’aria venne risucchiata fuori dai suoi polmoni. Era andata a sbattere sulla fitta copertura di rampicanti e muschio. Non ci vedeva più. La bocca digrignata era piena di linfa e fibre. Si ritrovò a scivolare, poi a strisciare e cadere. Lara tentò di aggrapparsi, scalciando, graffiando, afferrando. Intorno a lei, i viticci che si rompevano, i rami in pezzi, le foglie strappate, nugoli di insetti infastiditi che si sollevavano.

Si guardò intorno in fretta e tese un braccio. Poi smise di cadere.

Sbatté le palpebre, scosse la testa, sputò pezzi di foglie e muffa. Aveva le gambe penzoloni sul precipizio. Era scivolata di una decina di metri attraverso la vegetazione che si arrampicava sulla parete di pietra. Era riuscita a infilare il braccio destro nella curva del tronco di un rampicante, che l’aveva fermata. La corda recisa aveva fatto il resto, aggrovigliandosi a una qualche sporgenza a pochi metri sopra di lei.

L’intera parete verticale di vegetazione scricchiolò, riassestandosi. Si sarebbe potuta staccare dalla pietra in qualsiasi momento… Lara lo sapeva bene. Si mosse con cautela. Trovò dei punti d’appoggio per i piedi, in modo da togliere un po’ di peso dalle braccia. La corda si era stretta così forte attorno al polso sinistro, che la sua mano era intorpidita. Mosche e insetti le ronzavano attorno. Sentì qualcosa che le strisciava su una guancia, e lo scacciò con lo scatto di un muscolo.

Lara iniziò a spingersi verso l’alto, prima con un piede, poi con una mano – un passo per volta – verificando che ogni ramo e sporgenza fosse stabile. Sentì delle voci dal ponte. Sarap e gli altri avevano visto che era riuscita a mettersi in salvo? Non ne aveva idea. Forse avevano sentito lo schianto tra i rampicanti e avevano pensato che ormai lei avesse fatto un tuffo a volo d’angelo nella chioma della foresta.

Non ne aveva idea, e non le importava.

Lara continuava a salire.

Il Tempio di Tapyantore era una rovina della cultura Karasagor del III secolo. Non se ne trovava traccia se non nei libri più esoterici. Il Karasagor era stato così misterioso, che quasi ogni frammento della sua cultura ed eredità era andato perduto nel corso della storia. Il tempio era di basalto rosso, scavato nella parte superiore di un inquietante pilastro di roccia alto 1000 metri e largo 600. A sua volta, il pilastro si alzava dal pavimento della gola di Tapyantore, un canyon lungo trenta chilometri soffocato dalla foresta pluviale, e le pareti del canyon salivano ancora più in alto, sopra le mura che cingevano il tempio. Il vapore acqueo annebbiava l’imboccatura della gola. L’aria era piena del canto degli uccelli e delle percussioni di un’infinità di insetti. Ogni mossa che Lara faceva era accompagnata dal fruscio delle foglie, dallo schiocco dei ramoscelli e dal rumore di zolle di terra e sassi che cadevano nel precipizio sotto di lei.

Ci sarebbero volute ore per salire fino al bordo del muro del tempio. Lara sapeva che le sue membra non avrebbero retto così a lungo. Non c’era nessun posto dove riposare, nessun punto in cui fermarsi senza dover rimanere in tensione, aggrappandosi. Niente le avrebbe impedito di tentare l’arrampicata.

Sentì qualcosa attraverso il fogliame mentre allungava la mano verso il suo appiglio successivo: uno spuntone, un bordo scolpito, geometrico.

Lara tirò via i rampicanti, spazzando le foglie. Aveva trovato un davanzale, l’imbocco di un’apertura. Una finestra o grondaia scolpita nella roccia. Era piccola, appena mezzo metro quadrato.

Lara sorrise. Era la sua via d’uscita dal dirupo.

Si contorse per infilarsi al suo interno, di testa. Il foro era occluso da terra bagnata e viticci. Lara dovette farsi strada con le mani intorpidite e insanguinate per trovare qualche appiglio sicuro. Strisciò, costretta a tenere le braccia lungo il corpo e a trascinarsi nell’angusto condotto come un lombrico.

Era nero come la pece. L’aria puzzava di marcio. La luce del giorno era un quadrato verde pallido dietro gli stivali di Lara, che procedeva un centimetro alla volta, ansimando. Sentì sul viso le ragnatele spesse come pesanti drappi di seta e si fece strada attraversandole. Sentì cose che le correvano sulle mani e le braccia. Il ragno cacciatore dalla coda rossa poteva uccidere in 12 secondi con un singolo morso. Poi c’erano i serpenti: il krait, la vipera gialla…

Ben fatto, Croft, pensò Lara. Hai scoperto un posto nuovo di zecca per dare all’adrenalina una marcia in più.

Qualcosa le attraversò la mano di corsa. Lo cacciò con uno schiaffo. Nell’oscurità, i suoi occhi che si adattavano al buio riuscirono a scorgere la forma di un millepiedi lungo quasi 40 centimetri. Lara strinse un pugno e lo schiacciò contro la pietra del cunicolo, sentendo immediatamente l’odore di pesce morto delle secrezioni.

Continuò a strisciare attraverso ragnatele più fitte, che la fecero starnutire e soffocare. Le sputò fuori. Poi si tolse un grosso coleottero boreale dalla clavicola.

Infine sentì qualcosa di nuovo, di inaspettato.

Aria fresca.

Con rinnovata energia, continuò a procedere sui gomiti, e all’improvviso la stuoia di vegetazione sotto di lei cedette.

Lara cadde e atterrò duramente.

Era caduta nell’ombra, ma non nel buio più totale. C’era un gelido pavimento di basalto rosso, un odore umido. L’aria era quasi fredda, rinfrescata dalla profondità della camera e dallo spessore della roccia. Il suo corpo madido di sudore rabbrividì. Lara rotolò e si mise a sedere. La corda tagliata era ancora avvolta attorno al suo polso e la faceva sanguinare. Entrambi i capi si trovavano ancora lungo il cunicolo dal quale era caduta. La srotolò e poi si massaggiò il polso e ruotò la spalla intorpidita. Aveva delle foglie intrecciate nei capelli. Li pettinò con le dita e sentì qualcos’altro. Quando allontanò la mano dalla testa ci trovò un grosso ragno nero che le ballava sulle nocche. Lo lanciò via con uno scatto. Un altro ragno stava avanzando sul suo petto. Scacciò anche quello e si alzò in fretta. Si spazzolò con le mani energicamente. L’ultima cosa che le serviva, adesso, era un morso o una puntura velenosa.

Lara pensò di abbandonare la corda, ma non aveva né uno zaino né un altro kit, a parte il suo coltello multiuso. Quella corda l’aveva salvata due volte: era la sua corda fortunata. La tirò fuori dal cunicolo e l’arrotolò.

La camera era in profondità. La pallida luce del giorno penetrava attraverso minuscole finestre a fessura sopra di lei. Era un offertorio di qualche tipo, o forse una parte dei magazzini usati per gli oggetti rituali. Lara era sicura che Tapyantore seguisse uno schema architettonico diffuso nella cultura di Karasagor: lo seguivano tutti i loro templi. Lo sospettava già ai tempi delle scoperte fatte in un altro sito in rovina a Kalangahl, e l’ipotesi era corroborata dalle mappe scarabocchiate fittamente che l’esploratore del XVIII secolo Sir Hubert Morris-Moses aveva lasciato in un taccuino. Per avere quel quaderno aveva fatto a pugni con un ungherese mercenario in una rissa da bar. Il mondo era pieno di mercenari e sembravano tutti al soldo di persone che nutrivano rancore nei confronti di Lara.

Morris-Moses era stato un personaggio sui generis, oltre che un’autorità mondiale sulla cultura Karasagor: un campo di studi così astruso, che il resto del mondo accademico era piuttosto sicuro che non ci fosse alcun bisogno di un’autorità mondiale. I suoi lavori erano stati derisi dalla Royal Society e dagli studiosi dello Sri Lanka (o studiosi di Ceylon, come si diceva all’epoca).

Lui si era ostinato. Aveva continuato le sue esplorazioni delle regioni interne e aveva scritto altri sei libri, tutti rimasti senza editore. Morris-Moses era stato un combattente, come Lara. Non si era mai arreso, ma gli elementi chiave del suo lavoro si potevano trovare solo nei suoi taccuini personali.

Il suo corpo non era mai stato ritrovato. Era sparito in una spedizione per trovare Tapyantore. Le sue ossa erano laggiù nella gola, a riposare nella pace segreta che aveva provato ad accogliere anche lei? La Morte Verde l’aveva preso?

Lara e Sir Hubert Morris-Moses avrebbero potuto trascorrere l’eternità a scambiarsi segreti e storie delle loro spedizioni, tranquilli sotto i viticci e il muschio. Leggendo il suo taccuino, Lara era sicura che lui le sarebbe piaciuto.

Era stato un anticonformista come lei.

Seguendo il ricordo delle mappe che lo studioso aveva tracciato, Lara salì i gradini e scivolò lungo il passaggio dell’offertorio, un corridoio di pietra che portava alla camera dei pozzi. L’odore di marcio lì era più forte, putrido e bagnato.

Lara sperava che ci fosse ancora tempo. Se Sarap era stato pagato per disfarsi di lei, allora l’intenzione era impedirle di raggiungere il Cuore di Serendip, che si diceva fosse custodito nel santuario del tempio. Questo significava che qualcuno lo aveva pagato per poterci mettere le mani.

Il Cuore, che si dice fosse un’effigie d’oro e rubino di uno zibetto alto una trentina di centimetri – in cui gli antichi Karasagor conservavano la loro saggezza primordiale – era un oggetto prezioso di per sé. Se possedeva proprietà leggendarie – e Morris-Moses sosteneva di sì – il suo valore andava ben oltre quello monetario.

Lara sentì dei passi. Si abbassò dietro una copertura. Putra – il braccio destro di Sarap – si fece avanti. Portava un fucile d’assalto M1 a corto raggio “eccellente per la caccia nella giungla”, come aveva assicurato a Lara durante la marcia fino alla gola.

Aspettò finché lui non l’ebbe superata, poi gli si gettò sulla schiena. Sorpreso, lui barcollò in avanti e batté la fronte contro la parete del passaggio.

Putra cadde. Lara lo sovrastava. Lui si voltò – il sangue che gli colava lungo il viso – e sbatté le palpebre guardandola con sincera sorpresa.

“Tu?”, ansimò.

“Sì”, disse Lara. “Ce l’ho fatta”.

Gli diede un pugno sulla mascella, facendo rimbalzare la sua nuca sul pavimento lastricato.

Era fuori combattimento. Lara si alzò e prese il suo prezioso M1. Aveva una munizione caricata, la sicura inserita. Trovò una seconda cartuccia nelle sue bandoliere.

Lara si affrettò lungo il corridoio, salì un’altra gradinata ed entrò nella vasta ed echeggiante volta del santuario.

Due enormi, profonde vasche sacre – scavate nella pietra – erano piene di acqua salmastra e fiancheggiavano una piattaforma di pietra che conduceva a un altare mozzafiato di calcare intarsiato d’argento. Torce imbevute di catrame ardevano in staffe a muro tutto intorno alla sala, riempiendo il tempio con una luce arancione, mobile e screziata. Le fiamme scintillavano sull’acqua e riflettevano l’idolo d’oro posato sul magnifico altare.

L’effigie d’oro di uno zibetto. Il Cuore di Serendip.

Benedette le tue vecchie ossa disperse, Morris-Moses!

Lara stava per uscire allo scoperto, quando vide una figura procedere sulla piattaforma di pietra verso l’altare. Era una donna, slanciata, forte, bionda, con stivali alti, pantaloncini mimetici e una giacca militare di tela.

Lara ne riconosceva il passo, la camminata, lo slancio arrogante.

Era Florence Race… la stramaledetta Florence Race.

Race era una donna straordinaria: doveva ammetterlo. Era in forma oltre il limite del possibile, snella e atletica. Nonostante il caldo e la sporcizia, nonostante le condizioni ben poco glamour e la mancanza di trucco, Race riusciva a essere incredibilmente bella. Aveva gli zigomi alti, il collo sottile e i capelli come oro filato. Era sulla quarantina, e un tempo era stata una ragazza copertina di Vogue, la musa di un famoso pittore, la fidanzata di una rockstar e infine una fotoreporter di guerra, tutto prima che si rivolgesse alla professione più losca del cacciatore di tesori.

Florence Race era dannatamente brava in questo. E lo era perché era assolutamente, fatalmente spietata.

Sotto lo sguardo di Lara, Race osservava il Cuore. Poi, lentamente, lo prese tra le mani, sollevandolo trionfante.

“Ho vinto!”, la sentì dire a se stessa.

Lara uscì dalla copertura, l’M1 all’altezza del fianco, puntato su Race.

“Non oggi, Flo”, le disse.

Race si voltò, il tesoro dorato tra le mani. A onor del vero, si limitò a sbattere le palpebre alla vista di Lara Croft.

Sorrise, come se si fossero incontrate all’opera di Glyndebourne.

“La maledetta Lara Croft!”, esclamò Race, ridendo. “Viva e vegeta. Sei davvero un bel tipo, Lara”.

“Viva, nonostante i tuoi migliori sforzi e un mucchio di soldi”, commentò Lara. “Il Cuore: consegnamelo”.

“No no, cara, questo è mio. Stavolta ho vinto io. Nessun rancore, dolcezza”.

Lara sollevò il fucile all’altezza della spalla.

“Allora, Flo”, le disse. “Ho avuto una mattinata impegnativa, e il mio dito è così stanco, che inizia a fremere”.

Race allargò ancora il suo sorriso.

“Sono certa che potremo trovare un accordo”, disse.

“Ad esempio?”

“Intanto abbassa quell’arma, per cominciare”, disse Race.

Lara sentì due tocchi alle sue spalle: canne di fucile.

Si voltò lentamente, abbassando l’M1.

Sarap e Bapanni erano di fronte a lei, le armi pronte a sparare.

“Sei pregata di lasciarlo”, disse Sarap.

Lara gettò il fucile. La condussero sulla piattaforma tra le vasche sacre, davanti a Race.

La donna stava infilando l’effigie nel suo zaino.

“Lara, tesoro, mi piacerebbe rimanere a chiacchierare, ma ho un compratore che mi aspetta a Colombo. Ti porterei con me, ma devo viaggiare leggera”.

Race guardò Sarap.

“Nessun testimone, per favore”, gli disse.

Sarap lanciò un’occhiata a Lara.

“Muoviti!”, gli ordinò Race.

Sarap esitò.

“Non pensi”, disse, “che forse dovresti offrirmi un po’ più di considerazione per il lavoro sporco che suggerisci?”

Sarap era il solito mercenario.

“Vuoi di più?”, chiese Race, chiudendo la zip dello zaino. “Ti ho già aumentato la paga, e non hai eseguito ciò che era richiesto per quel bonus. Lei è sopravvissuta”.

“Eppure…”, iniziò Sarap.

“Non se ne fa niente”, lo interruppe Race. Si era chinata a prendere un’automatica da 9mm dallo zaino. Alzandosi, sparò con disinvoltura a Sarap in pieno petto.

Con un’espressione di sorpresa e confusione sul viso, Sarap cadde all’indietro, in una delle pozze sacre. Il suo corpo cominciò ad affondare. Dopo un gorgoglio, Lara sentì il tema del solito film che usciva dall’acqua in un suono distorto.

Ci fu un improvviso, frenetico battere nella vasca. Lara indietreggiò. Un immenso coccodrillo palustre – il più grande che avesse mai visto – si era levato dalle profondità e aveva preso il cadavere di Sarap tra le grosse fauci. Si dibatté, rotolando. L’acqua spumeggiava di rosso.

Race guardò Bapanni, che era scioccato.

“Ulteriori domande sul compenso?”, gli chiese. Bapanni scosse la testa, ma ci mise troppo tempo a sollevare la pistola e puntarla su Lara.

Appena aveva sentito la domanda di Florence Race, Lara si era resa contro che sarebbe stata spacciata se non avesse agito in fretta. Fece un passo indietro, si voltò e si calò nella vasca. Bapanni mirò al punto in cui Lara era stata fino a un attimo prima. Florence si voltò quando non sentì uno sparo. Entrambi fecero appena in tempo a vedere una lieve increspatura sulla superficie dell’acqua quando la cima della testa di Lara scomparve.

“Sei uno stupido, Bapanni”, disse Florence, sparandogli nel petto a bruciapelo con la 9mm. Lui crollò ai suoi piedi. Poi Florence guardò la vasca. “E tu lo sei ancora di più, Lara Croft. Una pallottola sarebbe stata molto meno dolorosa e molto più dignitosa di essere mangiata viva da uno stupido coccodrillo. E almeno avresti lasciato un bel cadavere”. Race prese lo zaino e se ne andò.

Lara affondò ancora nell’oscurità più torbida. L’acqua era come olio. Calma e immobile, osservò la forma in agguato del coccodrillo attraverso le alghe e il limo. Nuotava descrivendo un otto attraverso l’acqua, seguito da nuvole di sangue.

Era stata sotto per forse 20 secondi, e non sapeva cosa stesse succedendo. Aveva sentito lo sparo, e immaginava che Race avesse ucciso l’altro mercenario. Forse Florence la stava aspettando. Doveva fingersi morta abbastanza a lungo da convincere la donna ad andarsene.

Il coccodrillo aveva mangiato. Se Lara fosse rimasta abbastanza immobile, forse non si sarebbe accorto che lei era lì.

Ma il coccodrillo si voltò nella sua figura a otto e tornò indietro in direzione di Lara. Lei aspettò che seguisse lo schema, invece l’animale continuava a venire verso di lei. Un altro secondo e vide i denti che sporgevano dalla mascella inferiore. Un altro ancora: le sue narici che si dilatavano. Un altro secondo, e Lara riuscì a vedere chiaramente gli occhi del coccodrillo, spalancati su di lei.

Lara aveva una sola possibilità. Si tolse il rotolo di corda dalla spalla con uno strattone. Quando il coccodrillo attaccò, lei lo scansò con una virata e gli lanciò la corda intorno al muso.

L’enorme coccodrillo si allontanò con uno scatto della coda pesante. Lara resistette, e la spinta strinse l’anello di corda, bloccando il muso del mostro. Il coccodrillo cominciò a sbattere e agitarsi, lottando per liberare le mascelle dalla trappola della corda.

Era davvero la sua corda fortunata.

Quasi senza fiato, Lara risalì verso il bordo della vasca e riemerse in superficie. Aspirò con forza una boccata d’aria. Non c’era traccia di nessuno sulla piattaforma sopra di lei.

Prudentemente – aspettandosi un colpo di arma da fuoco in qualsiasi momento – Lara si arrampicò e rotolò sulla piattaforma. Dietro di lei – il muso ormai libero – il coccodrillo palustre emerse e fece schioccare le fauci delle dimensioni di uno stiracalzoni, mancandola.

Lara si alzò, grondando acqua.

Bapanni – ucciso da una ferita d’arma da fuoco – giaceva sulla piattaforma lì vicino, proprio come Lara aveva sospettato.

Florence Race – insieme al Cuore di Serendip – era sparita.

“Allora, Florence, pensi che io sia morta? Bene, questo è un modo per darmi un vantaggio”, disse Lara. Certe volte si vince, altre si perde, e lei odiava le seconde. Questo era stato un pareggio. Avrebbe avuto un’altra possibilità con Florence Race, e quella donna non l’avrebbe nean

 

 


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fino ad esaurimento scorte.
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LA LEGGENDA DI FINAL FANTASY VII - Anteprima

La nostra ambizione non è dirvi che Final Fantasy VII è fantastico, bensì spiegarvi perché lo è.

A luglio nella nostra collana di cultura videoludica arriva un altro titolo straordinario che affronterà le origini e la storia di un videogioco straordinario: Final Fantasy VII.

Ecco a voi un anticipo ;)

IN PRINCIPIO

Molto prima che apparisse la più elementare scintilla di vita, molto prima del regno degli uomini, molto prima che qualunque essere ne calpestasse il suolo… il Pianeta era già lì. Con il tempo si svilupparono primitive forme di vita. Il Pianeta era così ospitale che nel suo grembo accogliente prosperò una miriade di specie animali e vegetali. Divenne il cuore di un solido ecosistema, perfettamente autoregolato. L’insieme di tutta questa vita formò una corrente, un’energia spirituale primigenia, essenziale per il Pianeta. Le viscere del corpo celeste si riempirono di un fluido carico di questa forza: il flusso vitale.

Quando un essere vivente si estingue, ritorna al Pianeta e la sua energia spirituale si unisce al corso di questo flusso. L’anima del defunto, la sua forza vitale, raggiunge le profondità del Pianeta per ricongiungersi a quella degli esseri scomparsi prima di lui. Così le energie spirituali di ogni uomo, pianta e animale che hanno vissuto si uniscono e si fondono, contribuendo alla nascita di altre creature viventi. Come ogni organismo, anche il Pianeta possiede un proprio sistema immunitario, un apparato di autodifesa paragonabile a quello degli umani. In caso di lesioni, per preservarsi, il Pianeta convoglia energia spirituale sulla ferita, al fine di sanarla: in altre parole, si cura. Così come il flusso vitale è in qualche modo il sistema circolatorio del Pianeta, l’energia spirituale che lo attraversa ne è il sangue.

 

I CETRA

Quella dei Cetra fu la prima civiltà a occupare il Pianeta. Proveniente dai remoti confini dell’universo, questo popolo nomade aveva trovato nel corpo celeste la propria Terra promessa, un luogo perfetto conforme al suo ideale di felicità suprema: un paradiso. Eppure, quest’idea di Terra promessa, dipendendo dal giudizio soggettivo, non poteva valere per ognuno di loro. Così, non tutti i Cetra si fermarono sul Pianeta, non avendovi trovato la pienezza a cui aspiravano. Chi invece vi rimase, lo elesse definitivamente a propria dimora.

Il popolo dei Cetra possedeva straordinari poteri, che gli consentivano di comunicare con il Pianeta. Così quest’ultimo affidò loro il compito di vigilare sulla propria salvaguardia e sul proprio sviluppo. Perciò i Cetra continuarono a muoversi da un posto all’altro, per coltivare la terra, piantare alberi e fiori, nonché allevare animali. Di conseguenza, il corpo celeste venne costantemente nutrito di energia spirituale. Il Pianeta e i Cetra vivevano in simbiosi, in un reciproco scambio di forze e risorse. Ciononostante, alcuni Cetra finirono per stancarsi del continuo peregrinare e decisero di interrompere le loro incessanti migrazioni per stabilirsi e vivere in modo sedentario. Nel tempo, questo ramo della popolazione perse la facoltà di comunicare con il Pianeta. Gli esseri umani discendono da questo ceppo dei Cetra.

 

 

LA CALAMITÀ DAI CIELI

Mentre alcuni Cetra scelsero una vita stanziale, trascurando i bisogni del Pianeta, altri proseguirono il loro duro lavoro per il mantenimento di un perfetto equilibrio. I Cetra nomadi condussero comunque un’esistenza armoniosa, fino al giorno in cui un grande oggetto cadde dal cielo, schiantandosi. I Cetra udirono immediatamente l’urlo del Pianeta, un grido di dolore, e non tardarono a scoprire la ferita inflitta dall’oggetto piovuto dal cielo: un gigantesco cratere situato all’estremo nord del globo. Allora i Cetra accorsero a migliaia per cercare di assistere il Pianeta come meglio potevano. Molti si stabilirono attorno al cratere, con l’intento di concentrarvi le forze di tutte le cose e nutrire così il corpo celeste di energia spirituale. Tuttavia il Pianeta li esortò ad allontanarsi. Mentre i Cetra si preparavano ad abbandonare la terra che amavano e avevano coltivato con devozione, apparve qualcosa: si manifestò una strana creatura. Ciò che i Cetra in seguito chiamarono la “Calamità dai cieli” era in grado di variare aspetto e voce per assumere qualunque sembianza: finse di essere uno di loro e i Cetra gli accordarono fiducia. Allora, la creatura si avvicinò subdolamente con modi amichevoli per approfittare di loro. Propagò un virus, causa di una malattia sconosciuta che rese folli i Cetra infettati, trasformandoli in veri mostri. Il virus iniziò a propagarsi e si registrarono contagi in tutto il mondo. A quel punto il Pianeta comprese che la Calamità dai cieli andava distrutta: finché fosse durata quella minaccia, non sarebbe mai guarito dalle sue ferite.

Per proteggersi dal nuovo pericolo creò le Weapon: gigantesche e potentissime creature, che avevano l’unico scopo di annientare ogni forma di vita per generare energia spirituale. Di queste armi biomeccaniche, la più potente era Omega, concepita come estrema risorsa: se un giorno il Pianeta avesse sentito avvicinarsi pericolosamente la propria fine, all’ultimo momento avrebbe risvegliato l’arma per raccogliere su di essa tutta l’energia del flusso vitale. Così, Omega sarebbe volata via carica di questo potere, trasportando il flusso vitale nello spazio, in modo da custodirlo altrove. Per intraprendere il grande viaggio, Omega avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di Chaos, il suo messaggero, che aveva il compito di radunare l’energia spirituale. Così, alleggerito dell’involucro terrestre, il Pianeta sarebbe riuscito a sopravvivere grazie a Omega, che avrebbe assicurato la migrazione della sua anima.

Malgrado i danni causati dalla Calamità dai cieli, il Pianeta non ebbe bisogno di ricorrere alle Weapon. I Cetra scampati al virus uscirono vittoriosi dalla loro lotta contro la creatura, e la imprigionarono dentro il cratere in cui era stata scoperta. Il Pianeta mise le Weapon a riposo nel Cratere nord: anche se era stata resa inoffensiva, sapeva che la Calamità dai cieli un giorno sarebbe riuscita a liberarsi.

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La Figlia di Odino sta tornando: Il Salone Del libro è alle porte

L'abbiamo lasciata a Lucca Comics & Games (SCARICA IL PRIMO CAPITOLO) con la voglia di continuare a seguire le avventure di Irka nel  mondo vichingo del lontano Nord... Siri Pettersen sta tornando, la Figlia di Odino ritorna al Salone del libro di Torino in anteprima nazionale e dal 17 maggio in tutte le librerie!

Immagina di essere braccata in un mondo ignoto. Sei senza identità, senza famiglia, senza soldi. Tutto ciò che hai è un cacciatore di teste, un nato da una carogna, e un'orribile, crescente consapevolezza della tua identità.

Se volete riprendere le fila della storia della trilogia norvegese di Siri Pettersen, Raven Rings leggete qui 

Abbiamo pensato di darvi un'assaggio anche del secondo capitolo :D

VICHINGA

   «Norvegia?»

«No».

«Finlandia?»

«L’hai già detto. No».

«L’Islanda! Dev’essere l’Islanda! Fai quel suono particolare… come i vichinghi. Thhh». Jay emise un soffio d’aria tutt’intorno alla lingua.

«Io non conosco i vichinghi», disse Hirka, e premette un punto sulla spalla di Jay, facendola piegare su se stessa.

«Ahi, ahi, ahi! No, non ti fermare! Vichinghi? Non hai mai sentito parlare dei vichinghi?».

Hirka continuò a massaggiarle le spalle senza rispondere.

«I norvegesi che vivevano mille anni fa? Navi? Razzie? Berserker?

La parola berserk le era familiare, ma Hirka non disse nulla. Molte parole le erano note, senza che ciò avesse alcun significato. Aveva smesso di cercare le somiglianze. Quasi sempre si trattava d'una falsa pista, e ciò non faceva altro che intristirla. Inoltre aveva imparato a essere sincera. A non dire mai che era arrivata attraverso le pietre. A non cercare di vendere il tè di un altro mondo agli avventori del bar. Altrimenti il padrone chiamava la polizia, e l’unica via di fuga era quella attraverso la finestra del bagno.

Inizio_Mappa_Risguardi

 

Centocinquantaquattro giorni. Da quando aveva lasciato Ymslanda, Mannfalla.

E Rime.

   Andò alle spalle dell’altare e aprì la porta del campanile. Salì le scale fino a raggiungere la cima. Le avevano permesso di vivere lì, malgrado non fosse una stanza pensata per le persone. Il prete aveva detto che assomigliava a un cantiere, senza riscaldamento né luce. A Hirka le due cose non mancavano affatto. Padre Brody aveva cercato di sistemarla nella stanza in cantina, dove avevano abitato Jay e sua madre. Ma quel luogo le ricordava le segrete di Eisvaldr. Doveva salire, molto in alto. Arrampicarsi dove nessuno avrebbe potuto seguirla. E dunque se n’era salita lassù, ogni sera, fin quando padre Brody si era dovuto arrendere. Il grosso della polvere l’aveva tolto, e anche la sporcizia lasciata dei pipistrelli. Ora era tutto a posto, a condizione di non trovarsi lì quando suonavano le campane.

Hirka si guardò intorno, in quella che era la sua nuova casa in quel mondo nuovo. La scala occupava la maggior parte dello spazio. Alzando lo sguardo, riusciva a vedere le campane al piano superiore. In realtà si trattava dello stesso piano, ma qualcuno vi aveva costruito un soppalco di legno. Di certo nelle intenzioni doveva essere temporaneo, o magari un sostegno su cui lavorare durante alcuni restauri; ma poi era rimasto lì.

Incastrato tra la scala e la parete Hirka aveva un materasso, e un cuscino con un cigno deforme, ricamato da qualcuno che probabilmente non aveva mai visto un cigno in vita sua. Aveva una tazza che in realtà era tagliata a metà, con su scritto: “Avevi detto mezza tazza!”. Divertente, da quando le avevano spiegato la battuta. Poi c’era un mobiletto angusto con tre cassetti. Quello più in basso era bloccato, e perciò ci viveva Kuro. Aveva anche una stufa portata lì da padre Brody. Il calore giungeva da alcuni buchini nella parete al piano di sotto, e correva dentro un lungo filo, arrivando fin lassù. L’aveva accesa e spenta varie volte, e ora aveva smesso di funzionare. Ma non aveva alcuna importanza: Hirka non aveva freddo: del resto aveva numerose candele.

Aveva anche un libro sull’apprendimento delle lingue che le aveva dato Jay. Hirka riusciva a stento a leggerne il titolo. Qui i libri erano alla portata di tutti. C’era un’abbondanza incredibile di ogni genere di cose. Però c’erano anche persone senza casa. E peggio ancora, gente come lei. Gente senza il numero. Tutte le persone ne avevano uno. Senza il numero, era come se non si esistesse affatto. Hirka sarebbe potuta essere tranquillamente un fantasma.

Appoggiò la schiena al muro nel profondo vano della finestra. Fantasma o no, per lo meno aveva la propria finestra fatta di autentico vetro. In cima era appuntita e aveva uno sfiatatoio che era quasi sempre aperto.

Hirka fece scivolare le mani sul vetro freddo. Il vetro le piaceva. La pietra le piaceva. Erano materiali che conosceva, a differenza di tanti altri cose, in quel posto.

Guardò York, lì fuori, che la gente chiamava città. Il nome della chiesa era St. Thomas; si trovava vicino al centro. Le case erano fitte fitte, come a Mannfalla. L’unico pezzetto di terra libero che vedeva si trovava proprio lì fuori. Nel semplice giardino, in cui i sassi spuntavano dalla neve come denti storti. Sotto ciascuna pietra c’era un cadavere. Qui non bruciavano la gente: la seppellivano semplicemente nel terreno e la lasciavano a marcire. Non era giusto: soltanto gli assassini facevano così. Eppure la cosa non dava fastidio a nessuno.

Aveva chiesto se dessero mai qualche morto in pasto ai corvi; ma era un’altra delle cose che non avrebbe domandato mai più.

Pensa quanto avrebbe potuto fare là fuori, se non avessero utilizzato quel luogo per i loro rituali perversi. Avrebbe potuto piantare delle pastinache, e forse le campanule d’oro, le lacrime di sole e…

Cose che qui non esistono. Cose che nessuno ha mai sentito nominare.

Lì nessuno coltivava un bel niente. Neppure il cibo di cui avevano bisogno.

Hirka toccò una delle piante sul davanzale della finestra. Padre Brody l’aveva accompagnata nella serra presso la scuola, e le aveva comprato tre germogli. Crescevano lentamente, ciascuno nel proprio bicchiere di cartone. Non aveva idea di che piante fossero, né contro quale malanno potessero servire. Bisognava reimparare tutto. Assolutamente tutto.

Lasciò che il suo sguardo spaziasse alla ricerca di qualcosa di tranquillo su cui fermarsi.

In basso in basso scorse un uomo su di una panca. Aveva spazzolato via la neve dal punto esatto in cui sedeva, ma non intorno. Lui guardò brevemente verso l’alto, poi distolse immediatamente lo sguardo. Fece finta di non averla vista. Aveva una felpa grigia col cappuccio e una giacca di pelle. Lo aveva già visto: era già passato di lì il giorno prima, ne era certa. E lo aveva visto anche nelle vicinanze del negozio di alimentari. Che cosa voleva? Perché era lì? Era della polizia? Era venuto a prenderla perché non aveva il numero?

Fu colta da una paura strisciante, un senso di freddo allo stomaco.

D’un tratto l’uomo si alzò, attraversò il cortile e uscì dal cancello di ferro battuto. Lei lo seguì con lo sguardo, ma era sparito. Vide soltanto le macchine che passavano.

Il silenzio non esisteva, in quel mondo. Ovunque uno andasse, era circondato da rumori. Un brontolìo costante di macchine. Tante cose sconosciute; tante cose da sapere; tante cose che avrebbe potuto sbagliare. Hirka si premette i palmi delle mani contro le orecchie, finché non poté udire solo il suo stesso sangue che le scorreva in corpo, sempre più veloce.

Il respiro si rifiutava di raggiungere i polmoni. Si sentiva soffocare. Fu travolta da una sensazione irreale. Le mani cominciarono a tremarle. Si strappò di dosso i vestiti, armeggiò con la chiusura-lampo dei pantaloni. Non riusciva a toglierseli abbastanza in fretta. Vuotò la sacca. Le cose si sparsero in giro per il pavimento. Cose vecchie, cose familiari. Le sue cose. Le piante. Ne erano rimaste così poche. Il maglione verde, con i bordi lisi. Indossò quello, e anche i pantaloni. Il coltellino a serramanico. Nessuno lì girava col coltello: non era permesso.

Si accasciò sul materasso e rimase così seduta, stringendosi le braccia intorno al corpo. Si portò una mano al petto e al tatto sentì i ciondoli: una conchiglia e un dente di lupo, con delle piccole tacche. Ciascuna di quelle tacche rappresentava qualcosa di reale. Qualcosa che era accaduto. Vittorie nelle sfide tra lei e Rime.

Rime…           

   Aveva fatto l'abitudine a quelle fitte improvvise. Si era abituata a essere sopraffatta dalle emozioni; eppure alla nostalgia non riusciva ad abituarsi. Quel buco in petto la divorava, ogni giorno. Da centocinquantaquattro giorni.

Ymslanda era salva: questa era l’unica consolazione. Al sicuro dagli Orbi, ora che lei non c’era. Ora che il marciume non c’era più.

Tuttavia le rimanevano i ricordi. I regali.

Il suo cuore cominciò a calmarsi. Respirare divenne più facile. Lei era Hirka. Era reale. I suoi oggetti erano reali. Semplicemente non appartenevano a quel luogo lontano.

Neanche a questo, di luogo.

   Si infilò la mano in tasca. Ne estrasse tre pietre ematiche, dono di Jarladin. Il consigliere gliele aveva nascoste nel mantello, prima che partisse. Avrebbe potuto viverci per tutta la vita, a Mannfalla. Qui era impossibile a dirsi. Non aveva visto nessun posto in cui comprassero e vendessero pietre. E nessun negozio le voleva.

Poi c’era il libro di Hlosnian. Un regalo che all’ammaliapietre doveva essere costato un occhio della testa. Rime gliel’aveva dato la notte in cui era partita.

Hirka sentì un battito d’ali. Kuro si posò sul davanzale, e sgusciò dentro attraverso lo sfiatatoio. Planò e si appollaiò dentro il cassetto. Negli ultimi tempi si comportava in modo strano. Saltellava poco, camminava soltanto. Lo aveva visto perfino cadere su un fianco. In parole povere sembrava depresso. Forse il corvo aveva delle difficoltà, proprio come lei. Aveva difficoltà a trovare nutrimento in quel mondo morto, privo del Dono.

Per lo meno c’erano l’uno per l’altra. Senza di lui non avrebbe superato quegli ultimi mesi.

Hirka si sistemò in grembo il libro di Hlosnian. Era spesso, con una rilegatura di pelle marrone e delle fettucce con cui annodarlo. Sulla copertina Hirka aveva attaccato un oggetto circolare. Padre Brody le aveva detto che si trattava di una vecchia bussola. Hirka l’aveva trovata nel cimitero. L’ago puntava sempre verso Nord, e guardarlo fisso la aiutava quando il mondo le faceva venire le vertigini.

Hirka aprì il libro. Non era mai stata brava a leggere e scrivere. Appena meglio di suo padre. Eppure aveva riempito intere pagine di parole assurde e bozzetti. Una piantina dei dintorni. Disegni di piante. Disegni trovati per strada. Una foglia morta. Carte di caramelle. Pezzi di giocattoli.

All’inizio raccoglieva tutto. Ogni minima cosa le risultava nuova e bella in modo struggente. Si era anche scritta delle cose che voleva raccontare a Rime, ma poi era diventato troppo doloroso. E ogni giorno che passava, era sempre peggio. Quindi aveva smesso.

Tuttavia continuava ad annotarsi nuove parole. Man mano aveva creato un sistema. C’erano pagine dedicate agli oggetti che conosceva da prima. Sedia, finestra, pane, pioggia. E poi parole per cose di cui non avrebbe mai immaginato l’esistenza: telefono, cioccolata, asfalto, occhiali da sole, lavatrice, benzina.

Riuscì a trovare la matita e scrisse la nuova parola che aveva imparato da Jay. Vichingo: uno che viveva a bordo di navi mille anni fa.

Guardò Kuro. Si era addormentato nel cassetto. Le penne della testa vibravano quando respirava. Alzò la matita e riprese a scrivere.

   Sopravvivere: esistere. Cavarsela. Non morire.

.... Vi aspettiamo al nostro stand al Salone Del Libro di Torino da giovedì 10 maggio a lunedì 14 al PAD.1 STAND E45-D46

 


Star Wars Aftermath - Debito di Vita e La Fine dell'impero

Avrete sicuramente quasi concluso e concluso la lettura dei primi due libri della trilogia Star Wars Aftermath, ne abbiamo parlato molto nei mesi scorsi.

"Star Wars Aftermath continuerà anche in Italia! " - LEGGI 

Siamo arrivati alle ultime battute ora e con il nuovo anno la trilogia si conclude, con una piccola sorpresa.

Intanto se non avete ancora letto il secondo volume, DEBITO DI VITA, vi diamo subito un'anteprima.

Tanto tempo fa in una Galassia lontana lontana... 

A tutti quelli che sentono battere il cuore all’impazzata ogni volta che Han Solo compare sullo schermo o sulla pagina...

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L’Impero è alla deriva. Mentre il vecchio ordine si sgretola, la Nuova Repubblica cerca di mettere fine una volta per tutte alla guerra nella galassia. I leader dell’Impero hanno abbandonato le loro posizioni e sono scappati negli angoli più remoti dello spazio per sfuggire alla giustizia.

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A dare la caccia a questi disertori ci sono Norra Wexley e i suoi improbabili alleati. Non si riescono più a contare gli ufficiali agli arresti e i pianeti un tempo sotto il giogo dell’Impero che cominciano finalmente a scorgere un futuro pieno di speranza. E questo vale anche e soprattutto per i Wookiee di Kashyyyk. Gli eroi della Ribellione Han Solo e Chewbacca hanno riunito una squadra di contrabbandieri e furfanti per liberare Kashyyyk dagli schiavisti imperiali.

Nel frattempo, quel che resta dell’Impero – ora guidato dal grand’ammiraglio Rae Sloane e dal suo potente e misterioso consigliere – si prepara a un terrificante contrattacco. Se dovesse riuscire, la Nuova Repubblica non si riprenderebbe mai più e l’anarchia regnerebbe sovrana nella galassia nel momento di maggior bisogno...

Continua a leggere scaricando IL PDF QUI

Il 25 gennaio sarà in libreria anche la Fine dell'Impero con un piccolo omaggio: una cartolina ronte retro da collezione!

 

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A Luke S., ovunque tu sia

Per la prima volta in cento anni, la democrazia è risorta nella galassia. Sebbene si stia ancora riprendendo da un devastante agguato dell’Impero, la Nuova Repubblica è riuscita a mettere i suoi nemici alle strette e a costringerli a nascondersi. Purtroppo, però, la minaccia della guerra è sempre dietro l’angolo.

Sul pianeta remoto di Jakku, lontano dallo sguardo della Repubblica, il misterioso Gallius Rax sta rifondando l’Impero a sua immagine e somiglianza, ignaro che il grand’ammiraglio Rae Sloane gli sta dando la caccia per mettere un freno alle sue tetre macchinazioni.

Al contempo, Norra Wexley e il suo equipaggio, all’oscuro dei piani di Rax, continuano a inseguire Sloane. Norra è convinta che solo il grand’ammiraglio custodisca il segreto per sconfiggere l’Impero e non sa che si sta avvicinando sempre di più alla flotta segreta di Rax, poiché è proprio su Jakku che l’Impero si prepara ad affrontare la battaglia che deciderà una volta per tutte il destino della galassia...

LA SECONDA MORTE NERA SOPRA ENDOR 

Continua a leggere scaricando IL PDF QUI

9788863554052

Abbiamo aggiornato anche la time line delle uscite dei romanzi di narrativa che abbiamo pubblicato negli ultimi due anni, così se avete perso qualcosa, potrete recuperare :D

È ora di leggere, senza indugio!

Buona lettura


5 Videogiochi che dovete mettere sotto l'albero, da leggere

Ultima news per quest'anno! Dovevamo salutarvi per bene, dopo l'anno appena trascorso!

Ci son 5 libri #videogiochidaleggere che secondo noi quest'anno meritano un podio nella vostra libreria e se non li avete ancora, DOVETE assolutamente farveli regalare per le feste!

PARTIAMO!

- In quinta posizione troviamo IL CODICE IN CUCINA  RICETTE DELLA CONFRATERNITA DEGLI ASSASSINI

40 ricette divise in 10 menù completi, ispirati ai tempi e ai luoghi dove hanno vissuto e combattuto i più celebri Assassini.
Rivivi i grandi tempi del Rinascimento italiano, della Rivoluzione Francese o dell’epoca vittoriana.

Un volume stupendo, bello da sfogliare e bello da usare: sfruttate mamme, cugine, fidanzate e mogli!

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Attraverso le ricetta rivivremo  i grandi tempi del Rinascimento italiano, della Rivoluzione Francese o dell’epoca vittoriana. Segui Altaïr, Ezio, Arno, Evie, Jacob e tutti gli Assassini della Confraternita gustare i piatti più famosi: Moutabal di Masyaf, Zuppa Davenport, Boston apple pie, Coleslaw coloniale, Meringhe Mirabeau, Pudding di pane…

 

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Se avete una voglia pazza di comprarlo, cliccate QUI . 

- AL QUARTO POSTO ritroviamo World Of Warcraft Traveler, una bella avventura di cui vi abbiamo dato una corposa anteprima. Speriamo vi abbia convinto.

LEGGI L'ANTEPRIMA SOTTO L'ABERO! 

- AL TERZO POSTO UN VOLUME STREPITOSO, per grandi appassionati gamers, amanti del retro gaming e videogiocatori nostalgici, per chi adora la casa di sviluppo nipponica, per chi ha voglia di POTERE 

PLAYING WITH Super Power  - scopri di più!

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Al secondo posto, per onorare i trascorsi del passato, la gloriosa storia della SAGA DI MASS EFFECT che in Italia conta ben 4 libri (DECEPTION, ASCENSION, REVELATION, RETRIBUTION - non sono in questo ordine).

LEGGI L'ANTEPRIMA  di Mass effect Andromeda! 

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Al PRIMO POSTO, RESTA PER NOI SEMPRE LUI, Dmitry Glukhovsky con METRO 2035

“LA TRAMA DI METRO 2035 RIBALTERÀ LA STORIA E LO SCENARIO DI METRO 2033: SE 2033 ERA UN FANTASY AMBIENTATO IN UN CONTESTO URBANO, 2035 SARÀ UNA VIOLENTA DISTOPIA; SE 2033 RACCONTAVA UNA FAVOLA, 2035 SVELERÀ LA CRUDA VERITÀ. PIÙ IN GENERALE, SARÀ UNO SPY-THRILLER CON ELEMENTI DI SATIRA POLITICA. IL PROTAGONISTA SARÀ LO STESSO DEL PRIMO LIBRO E DEI PRIMI DUE VIDEOGIOCHI: TUTTAVIA, DOPO TUTTI QUESTI ANNI TRASCORSI DALLA PUBBLICAZIONE DI METRO 2033, ARTYOM È CRESCIUTO ED È CAMBIATO. NON È PIÙ IL RAGAZZO ROMANTICO E NAIF CHE ERA. QUESTO ROMANZO AVRÀ DAVVERO UN TONO DIVERSO…”

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Tante buone letture e buon Natale da tutti noi a tutti voi!

 

 

 


Anteprima: Il Marciume, il sequel de LA FIGLIA DI ODINO

Per Natale vi regaliamo una nuova e attesissima anteprima.

È il secondo libro della trilogia fantasy del talento norvegese Siri Pettersen, che abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare  nell'Edizione 2017 di Lucca Comics & Games.

 

----- SIRI PETTERSEN PORTA LA FIGLIA DI ODINO A LUCCA COMICS & GAMES 2017 ----

Immagina di essere braccata in un mondo ignoto. Sei senza identità, senza famiglia, senza soldi. Tutto ciò che hai è un cacciatore di teste, un nato da una carogna, e un'orribile, crescente consapevolezza della tua identità. 

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La storia 

Hirka è prigioniera di un mondo morente, divisa tra cacciatori di teste, nati dalle carogne e la nostalgia di Rime: per rivedere il suo amico sacrificherebbe ogni cosa. Nel nostro ambiente urbano è un bersaglio facile. Ma la lotta per la sopravvivenza non è nulla rispetto a ciò che accadrà quando prenderà coscienza della propria identità. La fonte del marciume ha agognato la libertà per mille anni. Una libertà che soltanto Hirka può dare.

Vi lasciamo con un assaggio del primo capitolo che abbiamo distribuito in anteprima a Lucca lo scorso novembre. 

«Tutto ciò che chiediamo, è poterci mettere l’anima in pace», disse Telja Vanfarinn, posandosi una mano sul petto. La collana, che formava vari giri intorno al suo collo, tintinnò.

Rime era stato sul punto di ridere. Chiunque avrebbe riconosciuto che si trattava di una messinscena, senza bisogno di essere cresciuti a Mannfalla. Il vestito di lei era drammatico: tutto nero, con le maniche che toccavano terra. Era vestita da vedova, sebbene suo marito le stesse accanto, vivo e vegeto. Il lutto non era nient’altro che un artificio: una manfrina per ingraziarsi il Consiglio, con il quale aveva usato ogni astuzia al fine di ottenere un incontro.

«È una cosa che ci sta dilaniando, Rime-fadri. Il non sapere. Il non comprendere la morte di Urd».

Rime sentì un piccolo fremito all’angolo della bocca. Il nome di Urd gli provocava un malessere, e non c’era alcun segno che gli sarebbe passato. Per lo meno fintantoché il seggio di lui rimaneva vacante. Era come una ferita aperta nel cerchio dei consiglieri che sedevano, appoggiati alle loro spalliere, tutt’intorno al tavolo. Una ferita pericolosa. Infiammata. Impossibile parlarne senza suscitare un pandemonio tale, che avrebbe potuto svegliare mezzo Altromondo.

«Avete ricevuto le nostre condoglianze», rispose Rime. «Io stesso ho fatto visita alla capostipite dei Vanfarinn. Lei sa cos’è successo. Tu sei… la figlia di sua sorella?». Guardò Telja, che, senza essere stata invitata a farlo, si era avvicinata al tavolo del Consiglio.

«Portatore del Corvo, nostra madre è vecchia», disse Telja, evitando la domanda. «La sua memoria non è più quella di un tempo. Tu ci hai fatto l’onore di renderle visita, ma… alcune delle cose che le hai raccontato sono… beh…». Telja si aggiustò la collana.

«Incredibili». Darkdaggar terminò la frase. «Talmente incredibili che dobbiamo aspettarci che la famiglia voglia avere una conferma dall’uomo che di fatto si trovava lì quando è morto Urd».

Rime si aspettava sì un attacco, ma non che fosse tanto esplicito. Guardò il consigliere. «Vuoi trascinarmi davanti ai giudici, Darkdaggar?»

«Nient’affatto, Portatore del Corvo. La famiglia Vanfarinn desidera semplicemente risolvere una volta per tutte questa faccenda». Il sorriso di Darkdaggar sembrava spento. La luce violenta lo colpiva sul viso, rendendolo esangue, arido. Ciò contrastava fortemente con le pareti dorate alle sue spalle. Erano suddivise in pannelli, con i dodici alberi genealogici delle rispettive famiglie. Gli alberi stendevano i propri rami fino al soffitto a cupola, e facevano sì che Rime si sentisse in gabbia. Gli sembrava che la spalliera della sedia fosse comeun muro alle sue spalle, che lo teneva schiacciato contro il tavolo.

Era prigioniero. Inchiodato ad un luogo che non avrebbe mai sentito come suo. Quello era il seggio di Ilume, la madre di sua madre. E lui aveva giurato di non sedervi mai. E invece eccolo seduto proprio lì. Da Consigliere. Rime-fadri. Portatore del Corvo. Circondato da nemici che approfittavano di ogni singolo istante di veglia per tramare la sua caduta.

«Togliere di mezzo?». Sigra Kleiv incrociò le braccia, forti come quelle di un uomo. «Urd è stato ucciso a Ravnhov, e finché quei selvaggi non dovranno rispondere delle proprie azioni, la questione non avrà fine».

Rime sentì crescere la propria irritazione. Dovette forzarsi per rimanere seduto. «È l’ultima volta che lo ripeto, Sigra. La guerra non si farà. Fattene una ragione. Non si può portare in giudizio Ravnhov per un fatto commesso dagli Orbi».

Sigra prese fiato per rispondere, ma Darkdaggar la anticipò.

«Sarà pur vero, ma non possiamo portare in giudizio neanche gli Orbi, o sbaglio?». Bevve un sorso dal bicchiere di vino, mentre le risa si diffondevano intorno al tavolo.

Rime guardò Telja Vanfarinn. Le sue guance erano rosse per l’eccitazione. La donna riuscì a percepire che l’atmosfera in quella stanza stava cambiando. E ciò le infuse coraggio. Lasciò cadere la maschera del lutto.

«Potremmo anche farlo, se non fosse che nessuno li ha visti», sorrise.

Rime si alzò in piedi. «Nessuno?».

Il sorriso si Telja si spense. Lanciò uno sguardo verso Darkdaggar, con occhi imploranti. Rime non se ne sorprese. Era stato Darkdaggar ad approvare quella visita, e Rime immaginava che quei due si fossero parlati varie volte prima di quell’incontro. Restava da vedere da quante angolazioni avessero pensato di sferrare l’attacco.

«Non la prendere come una cosa personale, Portatore del Corvo», disse Darkdaggar. «Telja sta semplicemente sottolineando ciò che tutti sappiamo. La cosa che colpisce di più riguardo ai morti viventi è la loro totale assenza. Chi è che dice di averli visti? Una manciata di Kolkagga? C’è da meravigliarsi che la gente parli di suggestione? O di un avvelenamento? Magari potreste aver mangiato qualcosa che vi ha fatto male. O magari siete stati vittima di una… stregoneria!»­.

Intorno al tavolo scoppiò una risata. Rime strinse i pugni. Si avvicinò a Telja. Lei arretrò di qualche passo. Il suo vestito strusciò per terra. Rime le puntò il dito contro.

«Vi trovate in questa stanza soltanto perché molti qui hanno un senso di lealtà verso la famiglia Vanfarinn. Io invece non ce l’ho. Dare del bugiardo a me e ai miei uomini non vi gioverà».

Lo sguardo di Telja saettava tra Rime e Darkdaggar. «Io non ho mai inteso… Io non ho detto… i sensi sono ingannevoli, Portatore del Corvo. Si dice che molti uomini forti abbiano scorto dei troll nella nebbia, e noi…».

«Dei troll nella nebbia?». Rime catturò il suo sguardo e lo trattenne. Le rughe intorno agli occhi rivelavano che la donna era più in là con gli anni di quanto lui avesse pensato inizialmente. Forse era di lì che le scaturiva quel coraggio. La donna sapeva che era ora o mai più.

«Il sangue di quello che tu credi essere un’invenzione mitologica è colato dalla mia spada. Io l’ho infilzato con l’acciaio, e ho visto la vita abbandonare quelle orbite bianche. Ho sentito il suo respiro. L’ho sentito rantolare. E ho fiutato la puzza che si levava dalla pira, quando li abbiamo bruciati. Un odore che avresti portato con te fino all’Altromondo, Telja».

Le risate erano ammutolite. Telja inghiottì, e abbassò lo sguardo.

«In nome del Veggente», disse Darkdaggar. «Dobbiamo davvero essere così drammatici? Tutto ciò che sta chiedendo la famiglia, è che la loro pena venga alleviata. Hanno perso un consigliere, Portatore del Corvo!».

Ogni singolo sguardo in quella stanza si posò sul seggio vuoto. Non c’era alcun dubbio riguardo quale potesse essere il modo per alleviare quella pena.

Rime guardò nuovamente Telja. «Davvero? Ritieni che questo seggio ti darebbe le risposte che tanto desideri? Smetteresti di chiederti come sia morto Urd, se uno di voi si sedesse a questo tavolo?».

Telja esitò, ma ebbe abbastanza pudore da scuotere la testa.

«Certo che no», disse Darkdaggar. Ma per lo meno sarebbe una garanzia che Urd non è stato fatto fuori proprio per via di quel posto».

Il silenzio piombò sulla stanza. L’accusa di assassinio era palese, ed era giunta in presenza di estranei. Rime li guardò tutti quanti. Uomini e donne che avevano tre, quattro volte la sua età. Rimasero in silenzio: per la maggior parte perché sostenevano Darkdaggar. Qualcun altro perché non voleva peggiorare ancor più la situazione.

Telja Vanfarinn fece un passo verso Rime. «Portatore del Corvo, ci devi perdonare; le nostre parole sono mosse dal lutto! Si parlava di Orbi e di porte di pietra… per noi questo è davvero incomprensibile. Nessuno ha visto alcuna prova che…».

«Fandonie!», interruppe Jarladin. «Un’intera sala del Rito piena zeppa di gente ha visto Kolkagga abbattere le porte facendo crollare le pareti. Se hai bisogno di prove, puoi acquistare pezzi della cupola rossa giù al porto!».

Telja afferrò al volo quell’occasione, come si stesse svolgendo una trattativa. «Una sala del Rito piena zeppa di gente significa tante storie diverse, Jarladin-fadri. Perdonaci, noi non c’eravamo. Tutto ciò che abbiamo sentito è che il palazzo ha tremato. Qualcuno dice che la cupola aveva indebolito le pareti. Altri che è stata la terra a tremare».

Darkdaggar si portò le mani dietro la nuca. «È davvero tragico che non possiamo tranquillizzarvi. Sarebbe stato così incredibilmente facile. Ma la verità è che le porte ora sono tanto morte adesso, quanto lo sono state per mille anni. Non è forse così, Portatore del Corvo?». Guardò Rime senza sorridere. Soltanto i suoi occhi tradivano l’euforia della vittoria.

Rime strinse i denti. Quella faccenda era sfuggita di mano. Lui aveva aperto uno spiraglio, e ora i lupi spingevano per entrare. La diplomazia non gli sarebbe più stata d’aiuto.

«La gente può dire ciò che vuole fino a quando non marcirà all’Altromondo», disse. «L’hanno sempre fatto. Ciò non cambia nulla. Io ero lì. Io so cos’è successo. Urd si è costruito la pira funebre con le sue proprie mani. Era un cane pazzo».

Sigra si lasciò sfuggire un’esclamazione esagerata. Negli occhi di Telja si accese una scintilla; riuscì a stento a trattenere un sorriso. Afferrò un fagotto nero che portava suo marito. Lo sollevò. Era una tunica che qualcuno aveva bucato. Sul petto, lì dove sarebbe dovuto esserci il marchio del Veggente, non c’era nient’altro che uno squarcio. Un buco spalancato sul cuore.

«Questa apparteneva ad un augure, Portatore del Corvo. L’hanno visto spingersi sull’Ora, lì dove il ghiaccio era sottile. Da allora non l’ha più visto nessuno. Dicono che abbia perso la ragione. E che non sia stato il primo. Ammetto che Urd fosse un tipo particolare, Rime-fadri, ma non è mai stato pazzo. Forse è stata la perdita del Veggente che l’ha fatto entrare in depressione? Forse è per questo che ha agito in quel modo. E in questo senso forse si potrebbe dire che il tutto sia stato… beh…».

Rime credeva a stento alle proprie orecchie. La guardò. «Colpa mia?».

Lei si morse le labbra. Lo misurò con lo sguardo.

Lui si sentì nauseato. Fissò la tunica. Quel buco minacciava di risucchiarlo. Di mangiarlo vivo. Un nulla oscuro.

Si avvicinò a Telja. Suo marito tese un braccio per difenderla. Un riflesso patetico. Rime gli afferrò il polso e lo fece arretrare, senza degnarlo d’uno sguardo. Telja afferrò la gonna, come per prepararsi alla fuga.

Rime si chinò verso di lei. «Urd ha ucciso Ilume, la madre di mia madre, davanti ai miei occhi. Ha violato i cerchi dei corvi. Ha fatto entrare i morti dalle carogne a Ymslanda; è impazzito a causa dei suoi stessi malefici. No, io non l’ho ucciso. Ma ti prometto che se ne avessi avuta l’opportunità, l’avrei fatto senza alcuna esitazione. Guarda bene questo seggio, Telja, perché non lo vedrai mai più».

«Basta!». Sigra batté il pugno sul tavolo. Leivlugn Taid, che era al suo fianco, ebbe un sussulto che fece tremolare il suo doppio mento. Il bicchiere di vino si rovesciò. L’anziano, che aveva sonnecchiato durante tutta la riunione, non lo aveva quasi sfiorato. Un fiotto di vino scuro si propagò sulla superfice del tavolo. Ci fu uno strusciare di sedie sul pavimento, giacché tutti quanti si alzarono per mettere in salvo le proprie tuniche.

«Questa riunione è tolta», disse Rime. Spalancò le portefinestre del balcone, ed andò incontro al freddo. Fece entrare il gelo nei polmoni. Percorse un tratto del ponte e poi si fermò. Era uno dei ponti più antichi di Eisvaldr. Un tempo conduceva alla sala del Rito. Ora era proteso verso il nulla, come una lingua congelata. Serpenti scolpiti penzolavano nel vuoto, come abbarbicati al ponte. Rime si rese conto che stava facendo la stessa cosa, e staccò le mani dalla balaustra. Era ricoperta di brina bianca. Le sue mani l’avevano sciolta formando un’impronta.

Giù a terra c’era il cerchio dei corvi. Pilastri pallidi che erano testimoni del proprio primo inverno, dopo che per mille anni erano stati nascosti all’interno delle pareti. Erano morti. Inservibili. Rime aveva trascorso notti intere lì davanti, cercando di evocare. Aveva fatto appello al Dono fino a quando le sue tempie non erano state sul punto di scoppiare; ma le porte si rifiutavano di aprirsi. Il fatto che una volta si fossero aperte davvero gli sembrava quasi un sogno. Darkdaggar aveva detto la verità: le porte si erano spente il giorno in cui lei era partita. Così come tutto il resto.

Sentì dei passi pesanti alle proprie spalle. Jarladin si fermò al suo fianco, e fissò il punto in cui il ponte finiva. «Se continuassi a camminare, risparmieresti loro un sacco di fatica», disse. Il vento giocava con la sua barba bianca.

Rime rise brevemente. «Questo piacere non lo concederò a nessuno di loro. Se mi vogliono morto, devono ammazzarmi loro stessi».

Jarladin sospirò. «Hai esaurito il tuo ruolo, Rime. Non puoi più ignorarli. Non senza finire in catene davanti all’assemblea giudicante. Darkdaggar ha passato il segno, ma tu non stai neanche tentando di metterli d’accordo. Se non ti liberi dell’odio, rovinerai sia te stesso che noi».

Rime fu sul punto di dire che non odiava nessuno, ma sarebbe stata una bugia. Li odiava per aver regnato sotto un falso veggente. Odiava il modo in cui trasformavano la realtà a proprio piacimento. Gli intrighi, le menzogne. L’amara verità era che nessuno intorno a quel tavolo aveva alcun altro scopo se non quello di mantenere il proprio posto.

Jarladin gli diede una pacca sulla spalla, come se gli stesse facendo un favore. «Inoltre su un punto hanno ragione. Diversi auguri ci hanno abbandonati, e ciò avrà delle conseguenze».

«Non ti hanno mai detto che non puoi negare alla gente il diritto di abbandonarti?». Rime si sentì messo a nudo dalle proprie stesse parole. Strappò via lo sguardo dal cerchio di pietre. Batté i pugni sulla ringhiera.

«Tutto questo non ha senso! L’hanno visto loro stessi! Hanno visto le pareti sbriciolarsi, le pietre riaffiorare. Lo sanno che gli Orbi sono stati qui. Conoscono la verità quanto la conosco io, ma sollevano dubbi perché fa comodo al Consiglio».

Jarladin lo guardò. «È questo, ciò che ti motiva? L’avere ragione? Fandonie! Non te n’è mai importato nulla della tua posizione. Se fosse stato così, rafforzeresti la tua famiglia».

Rime gli girò le spalle. Jarladin era grosso come un bue, ed era il suo unico amico attorno a quel tavolo. Ma ciò non significava affatto che avere a che fare con lui fosse più semplice.

«Quello che avevo da dire su questa questione l’ho già detto. Io sono un Kolkagga. Noi non facciamo promesse di matrimonio».

«Regole, Rime? Puoi scandagliare tutta quanta la biblioteca senza trovare un’unica regola che tu non abbia già infranto. Come minimo, scegli un motivo a cui io possa credere!».

«Pensi che sia idiota? Il Consiglio vuole che metta su famiglia perché rafforzerebbe voi, non me».

Jarladin gli poggiò la mano sulla nuca. Una presa forte, come quella di un padre. «Rime… dovrebbe trattarsi della medesima cosa».

Rime chiuse gli occhi. Sentì nell’orecchio la voce del bue dalla barba bianca.

«Ascoltami. Non puoi lasciare che lei determini tutto ciò che fai. Sei un Kolkagga. Sei Rime An-Elderin. Sei il portatore del Corvo, per l’amor del Veggente! Non puoi lasciarti guidare da una figlia di Odino priva di coda, che nessuno rivedrà mai più. Usa la testa, ragazzo! Se vuoi dare speranza alla gente e ricucire questo Consiglio, prendi moglie. Dai una festa. Mostra loro che le famiglie sono forti. E se vuoi sfidarli a tutti i costi, scegli una che non appartenga alle stirpi del Consiglio. Usa questa opportunità per unire il Nord e il Sud. È questo che vuoi, no? Trovati una ragazza del Nord. Io so che Sylja Glimmeråsen non avrebbe nulla da ridire». Jarladin non aspettò risposta. Lasciò la presa, e tornò verso la sala del Consiglio. «Le pietre sono morte», gridò. «Ma noi siamo ancora vivi!». Entrò nuovamente nella sala, e si chiuse dietro la porta.

Rime rimase in fermo lì, pieno di animosità. Il freddo gli mordeva le dita. Si mise la mano in tasca, e ne estrasse un becco di corvo. Hlosnian l’aveva raccolto sulla montagna di Bromfjell, prima che il fuoco divorasse le pietre. Era tutto ciò che era rimasto di Urd: un becco. Neanche l’ammaliapietre ne conosceva il significato.

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Aveva un aspetto tetro. Estraneo. Il colore dell’osso sfumava verso il nero, sulla punta. Nelle scanalature si era seccato del sangue.

Rime lo soppesò con la mano. Era più pesante di quanto avrebbero fatto supporre le sue dimensioni. Gli provocava i brividi. Eppure lo attirava. Il becco era l’unica cosa che sembrava reale. Che gli facesse sentire che tutto quanto era successo davvero. E che quello era soltanto l’inizio.

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Non ci resta che attendere pazientemente che arrivi maggio 2018, data di uscita in libreria.

Cercheremo di darvi qualche nuova anteprima però nei prossimi mesi, così da non lasciarvi troppo tempo senza notizie :D